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martedì 14 luglio 2015

"Storia di un impiegato" di Fabrizio De André




Il vero peccato non è fare del male, il vero peccato è non fare del bene. Credo che con questa semplice frase si possa riassumere il pensiero racchiuso da Fabrizio De André nel suo "Storia di un impiegato". Era il 1973, Fabrizio stava cominciando ad avere un peso rilevante nel panorama cantautorale italiano, e con il suo sesto album andava idealmente a chiudere un secondo capitolo della sua discografia, ovvero quello dei concept album. E se "La buona novella" rappresenta uno dei suoi dischi più controversi e di difficile lettura (ed io in un post di aprile ho provato a dargli una mia personalissima interpretazione), se in "Non al denaro non all'amore né al cielo" ha cercato di definire, utilizzando le poesie di Edgar Lee Masters tradotte divinamente da Fernanda Pivano, gli archetipi delle persone che vivono il nostro tempo, con "Storia di un impiegato" ha sostanzialmente descritto il processo mentale che un uomo della classe media percorre dal momento in cui abbraccia la lotta di classe al momento in cui, dopo aver perso tutto, anche la libertà fisica e l'amore, riesca comunque a sentirsi vincente. Perché è vero, è stato sconfitto su tutti i fronti: ma ci ha provato. Ha perso, ma ci ha provato.

Doveva essere una storia comune quella raccontata da Fabrizio quando lui prese carta, penna e chitarra per dar vita a questo capolavoro. Erano gli anni delle contestazioni studentesche, delle occupazioni, degli scioperi e dei picchetti davanti alle fabbriche. Spesso mio padre mi racconta di quegli anni: lui a diciotto anni ed un mese entrò in Fiat, ed a quei tempi la fabbrica era non solo il primo motore dell'economia italiana, ma anche la fucina di giovani menti che avrebbero potuto e dovuto, ma soprattutto voluto, portare avanti la lotta, la stessa lotta che trent'anni prima mise sotto scacco il fascismo con i famosi scioperi di Mirafiori che coinvolsero centinaia di migliaia di lavoratori. Non era una passeggiata il lavoro in fabbrica, non lo è mai stato, ma in quel periodo c'era ancora la speranza, c'era la consapevolezza che si poteva anche cambiare lavoro, perché di lavoro ce n'era fuori dalle mura degli stabilimenti. Chi restava lo faceva quasi per scelta, e spesso questa scelta era dettata dalla consapevolezza, dall'identità operaia: sì, quella classe operaia che è stata sistematicamente distrutta negli ultimi anni per rendere arido il terreno più fertile per i semi del socialismo, della lotta di classe, della guerra senza quartiere nei confronti del sistema capitalista. Lotta che dalle fabbriche, allora, si estese alle università, agli uffici, a quelle realtà che prima d'allora mai, più di tanto, si erano interessate ad un certo tipo di pensiero politico e sociale: gli anni a cavallo dei '60 e '70 del secolo scorso hanno in un certo senso rappresentato un nuovo illuminismo, illuminismo che coinvolse anche il protagonista della storia di Fabrizio. Perché l'impiegato del quale vengono narrati gli ultimi mesi di libertà fisica e del suo processo di liberazione mentale era un piccolo borghese, che nulla aveva da chiedere alla vita perché la vita già gli aveva dato tutto. Eppure, ad un certo punto, si rese conto che gente meno fortunata di 
lui, sebbene calpestata, rinchiusa, picchiata, vessata stava vivendo, stava respirando, e respirando dava vita ad un vento nuovo, un vento forte, un vento fresco; lui invece in quella bambagia stava sopravvivendo, i giorni erano tutti uguali. Se ne rese conto, e decise di unirsi alla lotta. Decise di vivere. Decise di decidere. Ma per fare ciò doveva sostanzialmente distruggere ciò che fino a quel momento l'aveva oppresso: non era la mancanza di denaro ad averlo distrutto, ma la monotonia della sua vita, i miti con i quali era stato cresciuto, quelle figure che danzano mascherate nel suo sogno. Andavano distrutte, andavano fatte esplodere. Ed andavano ripudiate anche le sue origini: la madre, il padre. E soprattutto andava sabotato alle radici il sistema: quello giudiziario, quello economico, quello politico. 

E pensare che questo processo mentale è stato "inizializzato" da un canto di protesta che ripeteva ad ogni strofa il coinvolgimento dell'uomo medio nell'oppressione delle lotte, delle rimostranze, dei soprusi ai danni delle classi più colpite dal sistema vigente. La Canzone del maggio fu l'incipit, fu la sveglia per questo impiegato trentenne, che si è trovato a ragionare più e più volte su cosa fosse giusto fare: i suoi dubbi, i suoi timori, la sua voglia di riscatto, il suo desiderio di dare un contributo ne tormentavano i giorni e le notti, fino a decidere di abbracciare la causa, e di armarla. E così cominciò a sognare, ad immaginarsi in diversi contesti, ad affrontare i suoi nuovi nemici, figure che fino a poco tempo prima lo affascinavano e ne edulcoravano l'esistenza. Ma lo stesso destino toccava anche a chi l'aveva, secondo il suo giudizio, cresciuto nella tranquillità abituandolo ad ogni agio, ma di fatto rendendolo ignorante ed indifferente alle giuste cause. Arrivò poi il momento della resa dei conti, il momento di agire, il momento di far saltare il simbolo del potere. Ma l'attentato non ha successo, portandolo quindi a perdere la sua libertà fisica, la sua vita, il suo amore. Ed è l'amore la cosa alla quale non avrebbe mai voluto rinunciare, ed è la sua amata la persona alla quale più spesso si ritrovò a dedicare i pensieri, immaginandola sommersa di domande, ripercorrendo la vita passata insieme a lei, ragionando su ciò che lei avrebbe potuto fare dopo la fine forzata della loro storia d'amore. Ed in quel "Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?" c'è un significato più profondo di quello puramente legato all'amore: c'è anche un significato legato ad ogni potere decisionale di ogni individuo, spesso delegato a qualcun altro, qualcuno più forte di noi, qualcuno che apparentemente è più autorevole (ed in una realtà in cui la donna era ancora estremamente subordinata all'uomo il potere decisionale che l'impiegato sperava potesse finalmente essere esclusivamente nelle mani di sua moglie rappresenta l'emancipazione dei più deboli dai dettami di chi detiene il potere) e che, in seguito alle prese di coscienza del protagonista di questa storia, non doveva essere d'altra persona se non di lei.

Ma la storia dell'impiegato non è finita qui. Anzi, la storia di questo piccolo borghese diventato rivoluzionario non ha una fine. Perché sebbene fosse finito in carcere, sebbene fosse stato privato di ogni libertà d'azione, il nostro eroe sfortunato non perse ciò che finalmente aveva conquistato: la libertà di pensiero, e di conseguenza la vita. Finora non ho accennato minimamente alla musica che accompagna le parole di Fabrizio De André, ma in questo caso è doveroso: il nostro eroe è stato imprigionato, ha sostanzialmente perso, teoricamente ci si dovrebbe aspettare una musica cupa, triste, carica di dolore. E invece no, l'atmosfera creata è ariosa, serena, forse un po' rassegnata, ma che da un senso di libertà. La stessa libertà che poteva respirare durante l'ora d'aria, ora d'aria che decise però di disertare perché non voleva condividere quel cortile con un secondino, ovvero con il simbolo dell'oppressione, del sistema, del potere. Fedele alla linea fino in fondo, e così si limitava a ragionare su tutto ciò che gli era capitato, a come con orgoglio rivendicava ogni sua azione, ogni sua presa di posizione, di coscienza, difendendo così, di fatto, la sua libertà mentale, che pian piano si stava diffondendo tra i suoi compagni di reclusione. Tanto da rinchiudere il secondino durante l'ora di libertà, rivoluzionando così le gerarchie, sebbene per poco tempo, sebbene per uno spazio limitato. E rivendicando anche quell'azione, cantando ancora una volta, un'altra volta ancora, e chissà quante altre volte: "Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti".

Questo è "Storia di un impiegato", un album che per decenni è stato censurato, nascosto ed anche raramente proposto nei live. Un disco anarchico, un disco che mette al centro la libertà decisionale di ogni singolo individuo, una libertà decisionale che, se incanalata nel verso giusto, non può che contribuire al bene di tutti. Perché lottare è una scelta, lottare è fare il bene, e facendo il bene si fa la cosa giusta. Altrimenti si può rimanere a guardare, si può assistere, si può vivere da spettatori non paganti, limitandosi a sopravvivere, a discolparsi, a pensare che tutto sommato va bene così... 

Sono ancora estremamente attuali queste canzoni di Fabrizio De André, e benché questo lo renda ancora vivo e presente, penso che non sia poi così felice di sapere che c'è ancora bisogno di ascoltare questo disco... significa che in quarant'anni non è cambiato niente, anzi... e significa che probabilmente queste canzoni non sono state poi così utili... fino ad ora...





Stefano Tortelli

domenica 19 aprile 2015

Acousteen: artista, fan, devoto al Boss fino al midollo... e grande amico





Nella tarda mattinata di venerdì 10 aprile, mentre mi stavo preparando per pranzare e poi andare a scuola ad insegnare, mi è arrivato un messaggio su Facebook che più o meno recava queste parole: "Ehilà, carissimo! Stavo pensando: ma se stasera provassimo a fare un duetto su Desolation Row/Via della povertà, così, alla buona? Tu canti De André, io Bob, tre strofe a testa, la si improvvisa, così, su due piedi." Un bel modo per cominciare la giornata, un bel modo per prepararmi ad una serata che mi incuriosiva parecchio. Ivan, un carissimo mio amico, l'autore di quel messaggio, avrebbe suonato da solo, con le sue chitarre e le sue armoniche, in piazza a Vigone, davanti ai suoi amici, ai suoi conoscenti, ai suoi familiari, le canzoni di uno dei suoi miti. Facendole, come si suol dire qui in Piemonte, "alla sua maniera", in acustico.

Il mito in questione risponde al nome di Bruce Springsteen, un artista che per molto tempo Ivan aveva sì apprezzato ma mai particolarmente approfondito: un po' come una persona che incroci tante volte in giro, o in birreria, con la quale capita anche di scambiare due parole ma senza andare oltre a discorsi che possono anche essere seri ma mai personali. Poi però è cambiato qualcosa: Ivan andò per la prima volta a sentire un concerto del Boss e ne rimase folgorato, rapito, colpito. Bruce l'aveva fatto innamorare, era finalmente entrato nel profondo, aveva scosso le sue emozioni, la sua mente, il suo cuore. Fu la sua via di Damasco, quel concerto, e da allora ha sempre più approfondito la conoscenza del rocker del New Jersey, andando a sentirlo più volte possibile live, studiandoselo a casa con in mano la chitarra e lo stereo a palla, parlandone per ore con le sue ragazze, i suoi amici, me. 

Una sera, mentre eravamo all'Orso, quello che è il rifugio di noi amanti di campagna della birra e della buona musica, non ricordo come cominciammo a parlare dell'interpretazione, delle cover, del provare a cantare un artista e "come un artista". Ricordo che entrambi sottolineavamo la difficoltà oggettiva nel riuscire a cantare come Dylan, come De André, come Guccini, come Springsteen: avevamo del resto lo stesso sogno, lui ed io, un sogno mosso dalla stessa passione, anche se rivolto a due artisti differenti. Lui avrebbe tanto voluto fare un one man show riproponendo Dylan, io avrei voluto dar vita ad una cover band acustica di De André e Guccini. Già però in lui aleggiava l'idea di cambiare meta e dirigersi verso Springsteen, ma per l'appunto mi sottolineava come fosse difficile, impossibile, riprenderlo, riproporlo tale e quale. Voce bastarda, quella di Springsteen, e del resto vale la stessa cosa anche per gli altri tre citati, vale la stessa cosa per un altro mito come Cohen, e perciò era quasi convinto che non avrebbe perseguito ancora per molto quel sogno. Ma dopo qualche birra ed un'ora di chiacchiere pensai al mio rapporto con De André e Guccini, pensai a come io abbia cominciato a cantarli bene quando ho preso coscienza del fatto che non avrei mai potuto ottenere il loro stesso risultato ma che, facendomi muovere dalle loro stesse motivazioni, sarei riuscito a renderli al meglio: non avrei più cantato i pezzi di De André e Guccini come De André e Guccini, avrei semplicemente cantato De André e Guccini. Mi ricordo che gli dissi: "Se vuoi cantare come Bruce parti già sconfitto, non perché non ne sei in grado ma perché, comunque vada, già solo perché avete due voci diverse, due accenti diversi, il risultato non potrà mai essere quello. Ma se lo canti, se vuoi cantare Bruce, se vuoi emozionare attraverso le sue canzoni, allora è sufficiente che tu percepisca le sue canzoni come se fossero tue. come se le avessi scritte tu, come se stessero raccontando la tua storia. Perché non c'è altro verso: io finché ad alcune canzoni non ho dato una situazione di riferimento, un volto, un'emozione che le rappresentasse non sono mai riuscito a cantarle davvero. Le imitavo, ma non cantavo" .

Dopo qualche settimana ci ritrovammo a condividere molte serate insieme, in giro a sentire concerti, a bere, a confidarci, a far notte fonda. E talvolta anche a suonare, a buttare giù qualche idea: perché così funziona tra amici, così capita tra amici che oltre essere amici condividono anche le stesse passioni, e le vivono nello stesso modo. E così, tra un concerto e l'altro, una birra e l'altra, un apprezzamento ad una ragazza e le risate per l'ennesima cazzata detta, è venuta a crearsi una fortissima amicizia: in nome sì della musica, ma soprattutto in nome dei bellissimi momenti passati insieme e della stima reciproca. 

Da quella serata di inizio ottobre son passati sei mesi, tante birre, miriadi di cazzate e centinaia di canzoni canticchiate, ascoltate e suonate insieme. Ed intanto, lui che oltre a saper cantare sa anche suonare divinamente, ha continuato il suo percorso riguardante il Boss. Un concerto a marzo a Torino, uno meno di dieci giorni fa a Vigone. Suona anche alcuni pezzi del suo primo amore, Bob Dylan, durante il suo show, quando per due ore smette di essere Ivan Audero e diventa Acousteen. Ed a Vigone, quel venerdì 10 aprile, alla sera, ci siamo ritrovati un'altra volta con lo sguardo rivolto verso la stessa direzione, che incontrava altri sguardi fissi su di noi, pronti a guardare due amici che, per qualche minuto, mettono in gioco le loro emozioni sullo stesso pezzo, in due lingue diverse, così come fecero al loro tempo Bob Dylan negli Stati Uniti e De André in Italia. Ma mai era successo che lo facessero insieme, sullo stesso palco. Noi un palco vero e proprio non ce l'avevamo, ma le passioni di Bob e Faber abbiamo provato a riproporle al meglio in un paesino della provincia torinese. 


Ed oltre alla felicità di aver finalmente cantato De André davanti ad altre persone, durante un concerto, per la prima volta, quel venerdì sera ero estremamente orgoglioso. Non di me, ma di questo mio amico che attraverso la sua immensa passione e devozione per l'arte di Springsteen ha saputo riproporlo meravigliosamente, emozionandosi ed emozionando. Senza scimmiottare, senza pretendere di essere come Springsteen. Semplicemente, omaggiandolo al massimo delle sue possibilità, mantenendo la propria identità, raccontando sì la storia delle canzoni ma anche quel che quelle canzoni rappresentano per lui: il pensiero per suo padre legato a My hometown, sua nonna che gli chiede di fare quel pezzo che le piace tanto, i cenni riguardanti donne del passato e gli amici di sempre. Insomma, si è raccontato per due ore attraverso le canzoni del Boss, che però, se noi non avessimo saputo che erano del Boss, avremmo tranquillamente potuto dire: "Wow, gran bei pezzi ha scritto Ivan, boia faus!!". 

Questo è Ivan Audero. Queste sono le sue passioni. Questo è il progetto Acousteen. Questo è il mio amico.

Ps: forse direttamente non ti ho ancora ringraziato per avermi permesso di esserci, e non solo venerdì ma da qualche anno a questa parte e, soprattutto, in questi ultimi mesi. Grazie, Ivan! Ed ora basta con i sentimentalismi, mettiamo su un pezzo che sennò ci scende la lacrimuccia e non si addice a due uomini rozzi come noi! E visto che l'ho citata, e visto che nella tua "hometown" ci siamo conosciuti, direi che questa canzone ci sta tutta.





Stefano Tortelli







lunedì 30 marzo 2015

"La buona novella" di Fabrizio De André

La prima copertina di La buona novella (1970)



Ieri era la Domenica delle Palme, giorno in cui comincia la settimana santa, i sette giorni più importanti del Nuovo Testamento, quelli in cui Gesù è finalmente giunto a Gerusalemme, pronto a predicare nella capitale di Israele. A Gerusalemme però troverà la morte, ucciso dai Romani per volere dei Farisei, tradito dal suo amico Giuda e rinnegato da Pietro, colui che da più tempo lo seguiva e che di lui prenderà, per primo, il testimone. Potrà sembrare paradossale, ma è proprio in questi pochi giorni che emerge secondo me la natura umana, terrena e temporale della figura di Gesù. Non i miracoli, non la discendenza diretta da Dio, non le sue parole apparentemente trascendentali sono il cardine delle sue ultime ore, ma elementi comuni nella vita di ognuno di noi. Il tradimento da parte di un amico, l'apprensione di chi ci ama per il nostro futuro, la disperazione di una madre e di una compagna di fronte alla morte del figlio e del partner, il disprezzo e l'odio di chi teme un individuo così speciale, così carismatico, così "potente". E la morte in sé, propria di ogni essere vivente, elemento imprescindibile di ogni realtà che può esser definita tale. Ciò che vive deve morire, poiché se non muore presumibilmente non ha mai vissuto. E' biologia, è scienza. 

Gesù come uomo, come uno di noi, come persona che nasce, vive, muore e lascia un ricordo immortale, tanto da risorgere ogni giorno nella mente di miliardi di persone. Ed è su questo che gioca Fabrizio De André, è la natura umana del Cristo che risalta ne "La buona novella", l'album che l'ha sostanzialmente consacrato nel panorama del cantautorato italiano. Parla di Gesù questo disco, ma parla di Gesù attraverso le bocche di chi gli ha dato vita, di chi l'ha cresciuto, di chi l'ha visto morire, di chi, con un solo sguardo, condividendo con lui il momento più tragico della propria esistenza, l'ha capito ed apprezzato, ammirato, tanto da rimanere lui stesso impresso, per sempre, nella mente del Cristo. Di fatto, Gesù non viene mai nominato in tutto l'album ma è presente in ogni singola canzone. Gesù ce lo immaginiamo come naturale conseguenza al matrimonio combinato tra Maria, ancora bambina, e Giuseppe, lo vediamo tra le mani di Giuseppe piene attorno ai fianchi di Maria prima che lei racconti il suo sogno, prima che lei, di fatto, confessi il suo tradimento, è nella dolcezza di Ave Maria, dove viene cantata la meraviglia della gravidanza, del parto, del passare dall'essere femmina all'essere madre. Un inno alle donne e, per inciso, la più bella canzone che mai sia stata scritta per l'altra metà del cielo. E c'è poi nel presagio di morte che viene scandito dal ritmo marziale che accompagna il dialogo tra Maria ed il falegname che sta ultimando le croci sulle quali moriranno Gesù, Tito e Dimaco, nella frenesia e nella tensione delle ultime ore, che nonostante glorifichino ciò che di grande quell'uomo aveva fatto ed i semi che aveva seminato per l'avvenire mettono in luce la naturale paura della morte, il suo rifiuto, la voglia di vivere ancora. Cosa c'è di più umano e naturale di tutto ciò? C'è il dolore di tre madri che devono sopravvivere ai rispettivi figli, che vedono il loro amore ed i loro sforzi agonizzare in croce. E c'è il porsi quesiti fino all'ultimo secondo di vita di un uomo, che dieci volte si chiede il senso di regole divine che, di fatto, non vengono rispettate in primis da chi queste leggi vuol fare rispettare. 

Non è Dio e non è la religione che trionfa, ma l'uomo, la sua capacità di autodeterminazione, la sua emotività, il suo errare ed il suo desiderare, il suo non voler sottostare non tanto a leggi divine ma leggi naturali. Ed a spiegare il corpus di questo disco sono la prima e l'ultima traccia, simili nella melodia ma totalmente opposte nel contenuto, nel testo, nel titolo. Da "Laudate dominum" a "Laudate hominem" il passo è breve, dal voler vedere lontano e trascendentale una figura come Gesù al sentirla realmente come un nostro fratello è sufficiente prendere coscienza della realtà storica del Cristo, immortale non tanto perché semidivina ma perché sulla Terra ha lasciato un ricordo indelebile, indimenticabile. 

De André ha raccontato vita e morte di Gesù, ha fatto risaltare la sua grandezza attraverso l'amore ed il dolore della madre, la stima di Tito, il fermento che ne ha caratterizzato la fine. E probabilmente non sarebbe stato tanto diverso come disco se al posto di Gesù ci fosse stato un altro grande personaggio della storia dell'uomo, ma umanizzando Gesù ha eliminato ogni scusa ad ogni uomo di non dover provare ad essere migliore solo perché non divino. Del resto questi sono alcuni dei cardini dell'anarchia: l'autodeterminazione, la libertà che finisce dove inizia quella di un altro individuo, il divincolarsi da schemi malati e precostruiti, che siano questi di natura religiosa o temporale. 

"Storia di un impiegato" sarà sì estremamente diretto e senza fronzoli, ma "La buona novella" è ancor più ricco di significato, è ancor più politico, è soprattutto è più attuale. Più reale. 

E come ogni anno, sotto Pasqua, eccomi ad ascoltare "La buona novella". Un rito ateo, un ossimoro. Ma, come la religione, quando viene messa in gioco l'emotività, c'è poco da sindacare. Resta solo da premere play.




Stefano Tortelli

lunedì 2 marzo 2015

Canzone della sera #7 - L'arte del dar voce agli oggetti






In letteratura ci sono tanti modi di esporre un racconto. Il narratore esterno, la narrazione in terza persona, il prologo in prima e la narrazione in terza per poi chiudere nuovamente in prima persona (o viceversa), un racconto che vive attraverso i dialoghi (tipico del teatro e delle opere liriche), e così via. Lo scrittore, dunque, come si usa principalmente dalla nascita della letteratura moderna, scrivendo ci racconta ciò che succede, come se fosse uno spettatore privilegiato, un cronista, un giornalista, ci riporta i dialoghi dei protagonisti, ed ha il potere di entrare nella mente delle persone, di descriverne le sensazioni, di leggere i loro pensieri. A volte invece si immedesima in uno dei protagonisti, raccontando dal suo punto di vista la storia, centralizzando tutta la vicenda attorno al narratore-attore: da vita così ad una specie di diario, dove vengono riportati minuziosamente i suoi scambi di parole e di opinioni con le persone che lo circondano, spesso accompagnati da commenti favorevoli o di biasimo, proprio come se, in fin dei conti, oltre a narrare ed a calarsi nella parte del protagonista giudicasse i vari personaggi da lui stesso creati, lasciando ben poco spazio all'interpretazione del lettore. 

Ciò che accomuna queste tecniche di racconto è il narrare in quanto umani, riportare ciò che altri umani vivono, pensano e dicono, e tutto ciò per far sì che altri umani leggano, si emozionino, pensino, interpretino la storia dandole un proprio senso, cercandole una morale, fino ad immedesimarsi in uno o più personaggi. Nelle favole e nelle fiabe spesso i protagonisti sono invece gli animali, e da Esopo a Sepulveda, passando per Kipling e buona parte della filmografia della Disney, altri esseri animati sono protagonisti di allegorie che trasportano nel regno animale tipiche situazioni della nostra realtà, a volte prendendo spunto, come per Il Re Leone, dalla letteratura che invece vedeva come protagonisti i nostri simili (Il Re Leone attinge a piene mani dai lavori di Shakespeare). Viene quindi sì data voce a chi non ne ha, ma lo si fa in ottica allegorica, spesso arricchita da una morale da trasmettere, dando così vita ad un processo che non si allontana poi molto dallo spostare in uno spazio immaginario o in un'altra epoca una vicenda che è propria della contemporaneità (ovvero ciò che fece Manzoni con I promessi sposi, trasportando e camuffando le problematiche del suo tempo due secoli indietro, facendo così una disamina politico-culturale dell'800 raccontando una storia ambientata nel '600). 

Probabilmente tutto questo è implicito nell'arte stessa del raccontare, e quindi non è nella forma del racconto che si può trovare la totale meraviglia che è propria del dar voce a chi o a cosa non ne ha. Tutta questa disamina è quindi pressoché inutile al mio scopo, ovvero al mettere in luce quanto sia meraviglioso trovarsi a leggere o ad ascoltare parole che idealmente escono da un'immaginaria bocca di un oggetto o di un'entità non animata. Tutto ciò lo si può riscontrare nella poesia ed in tutte le composizioni che hanno uno stile poetico. Come le canzoni. E credo che la composizione che più esalta questa stupenda arte sia la canzone Joan d'Arc di Leonard Cohen. Si può dar voce al fuoco e renderlo un amante passionale e desideroso di impossessarsi della carne della propria amata? Si può immaginare Giovanna d'Arco, in procinto di essere bruciata, affascinata dalle fiamme che la avvolgono come se fossero le braccia di un uomo durante l'amplesso? E si può credere al fatto che Giovanna si confidi e si sfoghi proprio con il Fuoco, che è lì sì per ucciderla, ma anche per ascoltarla, per consolarla, per amarla, ma anche per domarla e renderla umana, incenerendo di fatto le accuse che l'avevano portata sul rogo? Sì, si può. Immaginando si può far tutto ciò che si desidera, soprattutto se il mezzo per realizzare i  le immaginazioni è  è una forma d'arte. 

Credo non vi sia altra composizione al mondo che al meglio possa descrivere la purezza, l'intensità, l'importanza, la grandezza e la meraviglia che risiede nell'amore e nella sua più spontanea e naturale esposizione, ovvero l'atto d'amore, ovvero l'unione dei due corpi e delle due anime. E sarà pur vero che Giovanna d'Arco muore, uccisa dal Fuoco, vittima del suo amante, sarà pur vero quindi che Giovanna d'Arco muore per amore (e del resto il suo patriottismo cos'altro era se non amore per la sua terra, per il suo popolo, per la libertà?), ma a morire con lei, subito dopo, è il Fuoco stesso. Senza il combustibile, senza l'oggetto dell'amore, senza l'amore, anche il fuoco, anche l'altro amante, non può che seguire la stessa sorte svanendo, nascondendosi tra le ceneri dell'amata.

Ed il fumo che sale verso il cielo è il prodotto di quel rapporto carnale, ed in quel fumo ci sono sia Giovanna che il Fuoco, ed in quel fumo le due anime sono un tutt'uno, ormai mischiatesi, e probabilmente felici. Nonostante la fine, nonostante il non più esistere, nonostante la morte. 

Se poi, come se non bastasse la versione in lingua originale di Cohen, ci si aggiunge la traduzione in italiano di De André, allora si raggiunge l'apoteosi, la perfezione. Ed è così che oggi si raddoppia: perché parlare d'amore, cantare d'amore, fare l'amore è bello, ma poter far tutto ciò più volte, in molti modi, è meraviglioso.








Stefano Tortelli







domenica 8 febbraio 2015

Fino all'ultima nota di vita - Andrea Parodi






Stasera ho deciso di farmi del male, influenzato anche da uno dei miei contatti di Facebook che ha deciso di votare questa serata ad Andrea Parodi, voce storica dei Tazenda e dell'orgoglio sardo. 

Fabrizio De André, parlando con Andrea della Sardegna, terra che l'aveva adottato e che per Parodi era la casa natia, sostenne che non erano stati loro a scegliere quella grande isola come propria terra, ma la Sardegna a scegliere di esserlo, di manifestarsi in ogni momento, di far sentire la propria presenza come se, oltre ad averla sotto ai piedi, la si avesse totalmente attorno, sentendola respirare, avvicinarsi accarezzandoli. Ed è un discorso che si può mutuare, che si può applicare a certe voci, a certe personalità della musica. La domanda che si suol usare per scoprire i gusti musicali di una persona è: "Che musica ascolti?"; ma forse ci sopravvalutiamo, forse releghiamo ad una dimensione razionale, e quindi delle scelte, quella che invece è una realtà propria dell'inconscio, delle emozioni, dell'irrazionale. E' la musica che si fa ascoltare, e sono certi artisti che decidono di far sì che si sia in grado di rimanerne affascinati. Questo lo si può notare quando di un artista ci si innamora dopo tanto, tanto tempo che già lo si conosce. Cosa è cambiato rispetto a prima? Cosa ha fatto sì che se fino ad un dato momento è stato per noi inascoltabile, o al più siamo stati nei suoi confronti indifferenti, tutto ad un tratto ci ha totalmente travolti, legando la nostra esistenza a doppio filo con quelle note, quelle parole, quelle voci? 

I Tazenda li incontrai per la prima volta con Bertoli nella sua famosissima Spunta la luna dal monte, e sì, non mi dispiaceva come canzone, ma non è che mi colpì particolarmente (lo stesso discorso lo posso fare per Ivan Graziani, che se prima quasi lo consideravo insopportabile, tutto ad un tratto è diventato uno dei cantautori a cui più sono legato): innanzi tutto non capivo cosa cantassero, ma anche il modo in cui cantavano la parte in sardo non mi lasciava nulla di particolare. Ecco, forse ho toccato il nocciolo della questione con quel verbo "lasciare", che va in un certo senso a confermare la mia ipotesi sul decidere chi è passivo e chi attivo nella musica. E' la musica, di fatto, che lascia a noi qualcosa, non siamo noi che lasciamo qualcosa a lei. E' Lei che si concede a noi, è Lei che ci dona delle emozioni: che sia perché la stiamo ascoltando, che sia perché la stiamo creando, che sia perché la stiamo dedicando, che sia perché la stiamo suonando o cantando. E probabilmente è Lei a decidere quando farlo.

Andrea Parodi ha dedicato la sua vita alla musica ed alla sua terra, ed implicitamente ha dedicato la sua vita a tutti quelli che si sono innamorati della sua persona, della sua arte e dell'uso che ha fatto di quest'ultima. Come disse nell'introduzione alla sua versione di Hotel Supramonte (in occasione di un Tributo a De André tenutosi a Cagliari) la sua arte è stata fortemente influenzata dalla Sardegna, e non l'ha fatto solamente nell'utilizzo della lingua sarda per dar un senso alla sua meravigliosa voce, ma anche cantandone le tradizioni, la lotta, la cultura, le canzoni tradizionali.

L'ha fatto giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Dal 1978, anno in cui è entrato a far parte della band Coro degli Angeli fino al 2006, anno della sua morte ha, prima in Sardegna e poi nell'Italia intera ed in Europa, fatto conoscere un popolo, una terra, una realtà troppo poco considerata e rispettata, massacrata da un cancro che risponde al nome di "profitto ad ogni costo", al nome di "capitalismo sfrenato", al nome di "fanculo le tradizioni, è il soldo che comanda". E quanto possono essere nella storia di una società millenaria come quella sarda sessant'anni, se paragonata alla vita di un uomo? Un anno!? 

Il cancro è una brutta bestia, e chi ha avuto parenti morti di questa malattia ben lo sa. Si nasconde subdolamente in un corpo apparentemente sano, sembra possa essere un disturbo da nulla, causato magari dalla nostra disattenzione, ma poi all'improvviso si manifesta, e se è maligno, se colpisce un organo complicato da curare non c'è cura che tenga. Qualche mese, massimo un anno e ti porta via, distruggendoti, sconvolgendo il tuo fisico, il tuo aspetto, e se manca una certa forza interiore anche la mente, la lucidità. Andrea è stato, anche in questo, come la sua terra. Fino all'ultimo, nonostante un cancro estremamente distruttivo che l'ha di fatto debilitato totalmente, facendolo sembrare un anziano quando invece era ancora nello splendore degli anni, lui è rimasto lucido, lui ha cercato di combattere, lui ha sperato di poter andare avanti. 

Quando per la prima volta vidi questo video piansi tutte le lacrime che avevo per tanto tempo tenuto dentro di me, e benché non rappresentò l'unico elemento responsabile di quell'enorme commozione in quel periodo, di certo fu la mano che aprì il rubinetto arrugginito dei miei occhi. Il concerto dedicato a De André che prima avevo citato è datato 2005, lui aveva ancora i suoi lunghissimi capelli appena tendenti al grigio ed una folta barba, stava per cantare la canzone che ha legato Faber alla Sardegna, e la stava per cantare per ricordare Faber stesso, che ai tempi ci aveva lasciato già da sei anni a causa di un tumore. L'ultimo concerto di Andrea Parodi invece è di un anno dopo: autunno 2006, un viso prosciugato e glabro, un corpo chiaramente sofferente, una testa sulla quale si intravedono pochi capelli che cercano di ricrescere dopo la chemioterapia. Quel che non cambia è la voce, quel che non cambia è l'utilizzo che ne fa: perché se il 20 luglio 2005 lui stava cantando omaggiando il passato, il 22 settembre del 2006 canta per il futuro, canta per la sua compagna di vita, canta per il sangue del suo sangue, canta per la sua terra e per il suo popolo. Dona la sua voce per l'ultima volta a chi e ciò che più ama. 

Salutando il pubblico, ben sapendo che la Morte sarebbe andato a trovarlo per portarlo altrove, non disse addio, ma arrivederci. E con sua moglie Valentina accanto a lui su quel palco che già aveva a lui donato quattro figli, urlò quello che per me è il più bell'inno alla vita che io abbia mai sentito: "Arrivederci!! Magari con un prossimo figlio"...

Il 17 ottobre dello stesso anno, nemmeno un mese dopo la sua ultima esibizione, Andrea è andato via, ma in quella sua ultima interpretazione di No potho reposare è rimasto, di fatto, immortale, poiché in quelle ultime parole cantate ha riassunto la sua vita, ha riassunto il suo essere Sardo, il suo essere musicista. Lui ha dato fino all'ultimo, ha emozionato fino all'ultimo, ha amato fino all'ultimo. Ha vissuto, fino all'ultimo. Ed ha lasciato tantissimo a tutti noi.

Grazie Andrea, ci sarebbe estremamente bisogno di milioni di Uomini come te...





Stefano Tortelli


venerdì 23 gennaio 2015

Canzone di notte #2 - Ritorno a casa




Ci provo, davvero, a non essere monotematico in questo blog, almeno per quanto riguarda la musica proposta. In partenza la canzone che volevo proporre per spezzare il mio silenzio e sottolineare certi aspetti della radio era un'altra, quasi impossibile da sentire completamente sulle onde medie. Sto parlando di quel capolavoro che è The end dei Doors, impostasi nelle casse dell'auto appena acceso il motore. The end è la degna conclusione, l'apoteosi, l'orgasmo del primo album dei Doors, l'omonimo "The Doors" (1967), ma in quel caso si era presentata come incipit di una colonna sonora che avrebbe sorretto il mio ritorno a casa. Una colonna sonora che era in continuo divenire, composta da piacevoli sorprese ma anche da superflui intermezzi. E così a cadenzare il passaggio dalla periferia torinese alla prima cintura, e poi dalla provincia industriale a quella agricola si sono succeduti James Brown, i Blues Brothers, Syd Barrett, Lucio Battisti, ed altri che, per l'appunto, han fatto giusto da contorno. Ma su una decina di canzoni un buon sessanta per cento sono state delle autentiche chicche che solo la notte di Radio Capital poteva regalarmi. 

Poi ho imboccato la strada che dal mio paese porta alla frazione, cinque chilometri più in là, nascosti dalla nebbia fitta e resi scivolosi dal ghiaccio di gennaio. Tra un tornante e l'altro a volte la nebbia si diradava, lasciandomi intravedere un cielo magnifico, che se alle sei di sera, mentre andavo a Torino, era dominato da una luna sorridente, in quel momento era una pista cifrata, ricca di stelle che, se solo uno avesse la pazienza, chissà che disegno andrebbero a formare se solo si potessero unire con tratto di penna bianca. Sarebbe tra l'altro complicato decidere che numero dare ad ognuna, sarebbe lungo il lavoro da fare, sarebbe necessario un intero stock della Bic o chi per lei per compiere l'intero percorso. 

Mancavano ormai cinque curve per arrivare a casa, ed a sottolineare il fatto che ormai ero tornato, che il viaggio era finito, ecco la voce più familiare che il panorama musicale possa offrire le mie orecchie. E nemmeno con una canzone qualsiasi (che mi sarebbe andata benissimo comunque), ma con una di quelle canzoni che hanno proprio l'aria di casa: per come sono cantate, per come sono suonate, per la lingua che viene usata. Non l'italiano, non l'inglese, non una lingua straniera, ma il dialetto, la forma più eclatante per sottolineare la propria appartenenza ed il proprio legame con la terra che si vuol chiamare casa. 

Sto ovviamente parlando di De André, e la canzone è tratta da quella meraviglia che è Creuza de ma (1984). E il brano in questione, manco a farlo apposta, è il mio secondo preferito dopo la title-track: per il suo procedere lento, per il suo farsi sempre più intenso prima con la voce e poi, finalmente, con la musica. Sidun.

(e, se è come penso io, dato che già una volta mi era capitato di sentire Sidun su Radio Capital di notte, probabilmente subito dopo c'è stata La locomotiva di Guccini. Ma ormai il motore era spento, il freddo si stava facendo insopportabile... e poi volevo scrivere... La locomotiva posso sempre sentirmela tra poco).




Stefano Tortelli

sabato 10 gennaio 2015

"E un sollievo di lacrime a invadere gli occhi, e dagli occhi... cadere"




Era un freddo gennaio di sedici anni fa quando hai raggiunto i verdi pascoli. Martedì undici gennaio millenovecentonovantanove. Ero piccolo ed avevo le lacrime agli occhi, già allora. Ti sto ascoltando ed ho le lacrime agli occhi ora. Come le avevo ieri sera. Come le ho ogni volta che penso, che scrivo, che parlo della tua morte. Girano parecchio le palle, sai? Anche perché tu sei stato il primo ad andartene, e già sei stato la lacuna peggiore che si potesse venire a creare nel panorama culturale italiano, ma poi a cadere sono stati Gaber e Bertoli, Fossati e Guccini si sono ritirati, De Gregori si è perso e non sa tornare. Girano parecchio le palle, assolutamente. E mi chiedo perché ancora ora la tua mancanza è così forte, e girano le palle anche per questo. 
Ad ora non c'è nessuno che vale te ed i primi quattro che ho citato, siamo in mezzo ad una strada Fabrizio, siamo in un pozzo di piscio e cemento, e difficilmente ne verremo fuori. E quindi manchi ancora di più. Manchi ed allo stesso tempo mi chiedo: servirebbe un Fabrizio De André oggi? Ed in che veste? Servirebbe sui palchi o servirebbe come profeta, come guida, come politico? Certo, tu il politico non lo avresti fatto. Ma per tanti tu sei un profeta, ancora ora. Il problema è che ci sono praticanti e praticanti, ed a guardarmi attorno, di gente che veramente ti ha capito, ce n'è davvero poca. Non basta avere tutti i tuoi cd, aver visto documentari su documentari, ascoltare tuo figlio. Non basta. E nemmeno cantarti e suonarti è sufficiente, e si capisce al volo, soprattutto in questo senso, chi è sul serio con te e chi solo per gioco: lo si sente dalle corde, dalle voci, dagli sguardi. E probabilmente anche io non ti ho capito fino in fondo, non lo so, non sono io a doverlo dire, non sono io a dover portare avanti questa istanza. 
Posso però dire che mi ci ritrovo spesso nelle tue parole, nel tuo modo di porti, nei tuoi pensieri, nel tuo interpretare i testi delle canzoni. Ed interpretare non nel senso di spiegarli. I testi non vanno spiegati, i testi vanno capiti, altrimenti perdono il loro senso poetico, la loro valenza evocativa. Ma c'è una cosa che sempre mi sorprende, e che soltanto in te vedo di me: io mi ritrovo nei tuoi occhi, nei tuoi sorrisi, nelle tue espressioni. Mi ci ritrovo totalmente, e per quanto possa adorare altri artisti non c'è nessuno che mi fa sentire un tutt'uno con lui quanto mi succede con te. Del resto non è un caso che io abbia dedicato a te questo blog, abbia usato i titoli dei tuoi album come etichette per ciò che scrivo, abbia fatto mia Il suonatore Jones. Non è un caso che le tue siano le prime parole che mi vengono in mente se devo parlare di amore, di morte, di religione, di vita, di lotta. E probabilmente non sei stato il migliore a parlarci di questi argomenti, almeno in termini oggettivi. Ma sei quello che più lo ha fatto come io lo farei, se ne fossi in grado, se sapessi scrivere canzoni, se sapessi scrivere poesie. 
C'è di buono che tutto quello che hai lasciato è immortale, e fidati, la tua paura di non essere ricordato è la cosa più sciocca che potessi provare, è il timore più assurdo che potessi avere: non ti dimentichiamo, Fabrizio, non ne siamo in grado. Io non ti dimentico, non ne sono in grado. Non posso fare a meno di te. Ed anche se a volte ti lascio in disparte, dedicandomi ad altri poeti, ad altri musici, ad altre voci, da te torno, da te torno sempre. Di passanti ce ne sono parecchi, di amanti anche, di altri che prima di te sono arrivati al mio cuore pure. Ma tu, tu hai saputo catturarmi in tutto e per tutto, e solo tu sai darmi ciò che inutilmente potrei mettermi a cercare altrove. 
E m'innamoro di tutto, Faber, perché come te sono curioso, sono molto più curioso di tanti altri. Ma il mio amore artistico sei tu. E come tutti sei imperfetto, come me eri iroso, instabile, apparentemente incoerente. Ma c'è una tua frase in cui mi rispecchio, ed in cui probabilmente anche tu ti ritrovavi, ed entrambi, se è come dico io, con un pizzico di presunzione, con un'eccessiva autostima: "lui disse mi basta, mi basta che sia più profondo di me". Altro che la fossa delle Marianne, Fabrizio. Altro che l'immensità dello spazio. Profondo come te, Fabrizio, non c'è nulla.

Sto per chiudere, e il fato vuole che ad accompagnare queste mie ultime parole siano le tue radici. E' cominciata Creuza de ma, la forza che ha stappato definitivamente la bottiglia che conteneva le mie lacrime cinque anni fa, quella domenica che come quella che tra quattro ore comincerà era l'11 del primo mese, ed a chiudere il tributo a te dedicato per il decimo anniversario della tua morte c'erano due tuoi compagni di strada: tuo figlio, l'Oceano, e Pagani, il grande maestro. E quando le immagini ancora erano sfocate, prima che lo diventassero per il pianto, tuo figlio era tale e quale a te. E quando vidi chiaramente, quando lo stupore nei miei occhi si tramutò in pianto perché no, non eri tu, non era il mio sogno che stava divenendo realtà, allora sì che mi sono reso conto di quanto tu sia unico, irripetibile, inestimabile, insostituibile.

Grazie Fabrizio, grazie per avermi reso quello che sono, grazie per avermi dato la forza, grazie per avermi prestato le tue parole, più di una volta, per riuscire a dire quello che la mia mente non sapeva mettere insieme. 
Grazie. "La vita senza la musica sarebbe un errore", diceva Nietzsche. Ma la vita senza la tua musica sarebbe un peccato capitale. 

Non so proprio che canzone scegliere... dovrei metterle tutte... ma metterò quella che più ti rappresenta, quella che in sé raccoglie le tue radici, che ancora si manifestano con nuovi germogli.. tra i ciottoli di una mulattiera...



Stefano Tortelli