venerdì 6 marzo 2015

La sacra legge del gol







Sono sempre molto curiose le coincidenze nelle quali ci si imbatte durante il proprio cammino, soprattutto quando arricchiscono di ulteriori significati un dato momento, un evento, un qualcosa che ci si appresta a fare. Non sapevo che ieri sarebbe stato il compleanno di Pier Paolo Pasolini, e non ero neppure al corrente della sua passione per il calcio, un amore che superficialmente ben poco si sposava con le sue idee politiche, con le sue arti, con il suo essere fuori dagli schemi. Che poi gli schemi chi li decide? Se è pur vero che l'italiano medio è invasato di calcio, dove sta scritto che chi è considerato o si autodefinisce pecora nera o mosca bianca debba per forza di cosa disinteressarsi allo sport nazionale, o tuttalpiù tifare realtà tutt'altro che vincenti? Togliatti era juventino, ed appena risvegliatosi in seguito all'intervento subito dopo l'attentato di cui era stato oggetto chiese informazioni sulla partita, Berlinguer seguiva il calcio con estrema passione, Pertini... Pertini sappiamo tutti con che gioia partecipò ai festeggiamenti del mondiale vinto nel 1982. Questi sono gli esempi più lampanti e forse più significativi, perché nelle tre figure più importanti della sinistra italiana del dopoguerra la passione per il calcio era forte. Il caso di Togliatti poi è emblematico: il comunista più potente dell'Europa filo-americana, l'uomo che avrebbe potuto dare il via ad una nuova rivoluzione, colui che ha permesso al partito comunista di prosperare per circa trentacinque anni era tifoso della squadra degli Agnelli, dell'emblema della potenza del capitalismo, del simbolo del potere e della subordinazione nel mondo calcistico. 

Ieri sera sono andato a vedere con mio padre quello che in casa è il derby, la partita più sentita, quella della quale si parla per settimane prima che venga giocata e per altre settimane dopo che è stata disputata: Juventus-Fiorentina. Lui fiorentino e simpatizzante torinista, io juventino atipico, sempre felice nel vedere piccole realtà affermarsi (squadre come Empoli, Sassuolo, Livorno, Cesena) e non particolarmente ostile nei confronti degli storici nemici della Fiorentina e dei cugini torinisti: anzi, il fatto che al momento Torino sia la capitale italiana del calcio, così come lo è stata negli ultimi due anni, è per me una grande soddisfazione, e parte del merito va anche ai granata, che mai come negli ultimi anni sono stati così competitivi dagli anni '90 ad oggi. E' stata la prima volta che sono andato allo stadio con mio padre, e per lui è stata la prima volta che è andato allo stadio con il biglietto (lontani sono i tempi in cui, al Comunale, si poteva entrare a metà del secondo tempo quando venivano aperti i cancelli, facendo diventare così uno spazio libero ed uno spettacolo per tutti la partita di calcio; altri tempi, altra cultura, altra gente). Ho deciso di comprare i biglietti l'indomani la vittoria della Fiorentina nei quarti sulla Roma, con l'intenzione di fare a mio padre un regalo diverso per la festa del papà. Un po' in anticipo, ma le date, come le regole, son fatte per non essere rispettate. Ed è così che ieri sera eravamo allo Juventus Stadium, fianco a fianco, a guardare la partita: lui a gioire (sebbene dovendosi contenere) ed io ad inveire nei confronti dei giocatori della Juve che mai hanno dimostrato di voler e poter vincere la partita. Ma va bene così, perché altrimenti sarebbe stato un regalo a metà, un dono agrodolce, un piacere in parte limitato. Entrambi però osservavamo nello stesso modo le dinamiche che animano lo stadio, le due curve, la tribuna, gli spalti dedicati ai vip ed ai facoltosi, notando i tempi ed i modi che interessavano questo o quell'altro settore. Le tribune, ovvero i settori dedicati ai "normali" spettatori, erano già affollati quando, un'ora prima del fischio di inizio, abbiamo preso posto: abbonati, frequentatori dello stadio occasionali, famiglie e tifosi "in borghese" erano i principali animatori di questi spazi; le curve, sia quella sud del tifo organizzato juventino sia quella del settore ospiti si sono riempite pochi minuti prima del fischio di inizio, ed in base all'andamento della partita e del comportamento della curva rivale modificavano il loro atteggiamento, quasi mai indipendente dalla gara e dagli stimoli dei tifosi avversari; la tribuna d'onore è stata semivuota per almeno dieci minuti dopo il fischio di inizio, si è svuotata a pochi minuti dall'intervallo e si è di nuovo riempita giusto in tempo per assistere al secondo gol di Salah: l'importante non era essere della partita, l'importante era, per loro, avere il biglietto in tasca ed un posto riservato, il resto contava relativamente. Faceva poi specie notare poi come la coscienza individuale, una volta preso il proprio posto a sedere, fosse stata delegata allo speaker, ai capi ultrà, a ciò che in campo e sugli spalti succedeva. E tutto quanto è facilmente paragonabile ai meccanismi che animano sia una religione sia i suoi principali eventi, cioè i riti. Come ci si alza in piedi per il Padre Nostro o per un canto, ci si alza in piedi per recitare i nomi dei giocatori e cantare l'inno della squadra, come ci si chiude in se stessi nei momenti di preghiera lo si fa quando sta per cominciare la partita, come si discute fuori dalla chiesa, finita la messa, della predica domenicale, lo si fa fuori dallo stadio o tra gli amici della prestazione della squadra. Ed entrambi sono universi che noi non possiamo fino in fondo vivere, poiché in entrambi i casi ne siamo principalmente spettatori e non attori, per quanto comunque, se solo ne fossimo totalmente consapevoli, potremmo influire e non poco in entrambe le situazioni. Il discorso di Durkheim riguardante il sacro ed i riti è applicabile al calcio, dunque, come lo è per i concerti. Sostanzialmente, è applicabile a tutte quelle situazioni in cui l'uomo cede la sua individualità alla collettività, delegando ad altri o ad altro il suo potere decisionale. Si può definire questo un comportamento da pecoroni, da bigotti. Io preferisco limitarmi a dire che è un comportamento privo di alcuna visione critica di ciò che succede, che addirittura porta alla deformazione della realtà. E chi di calcio mangia lo sa, e non mi riferisco ai calciatori o alle società ma soprattutto ai giornalisti che sanno benissimo con chi hanno a che fare e sono in grado di farti vedere un fuorigioco che non c'è o negare un fallo di mano, come sanno ben cucire ad una squadra degli stereotipi o qualità immense ad un giocatore o ad un allenatore. E non c'è nulla di diverso da quello che succede nelle religioni quando i potenti di un credo fanno passare per mostri quelli che credono in qualcos'altro: i processi sono gli stessi, e per fare un esempio, se nel calcio i ladri sono gli juventini nelle religioni sono gli ebrei, ovviamente secondo gli occhi di chi è contro gli juventini e di chi è contro gli ebrei.

Non so se mai si arriverà a fare una guerra per il calcio come si è fatta per la religione. Di certo di gente che è rimasta uccisa in nome del pallone ce n'è stata, ce n'è e ce ne sarà, perché a quanto pare una sciarpa di un colore diverso rende una persona diversa da te: la rende nemica, la rende inferiore, la rende cattiva, la rende degna di sofferenza e morte. E sono sufficienti i cori negli stadi ed i commenti nei forum di calcio (ma vale anche per tutti gli sport più seguiti) per capire che queste righe non sono poi così lontane dalla realtà dei fatti.

Il calcio, in quanto sport (e come il calcio tanti altri), null'altro è che una guerra figurata. I giocatori scendono in campo, entrambe le squadre hanno una zona da difendere, hanno un qualcosa da controllare, hanno uomini il cui scopo è attaccare ed un unico obiettivo: perforare la difesa e mettere a segno il punto. Calcio, tennis, pallavolo, pallacanestro, ping pong e così via. E c'è chi vince, c'è chi perde e c'è chi pareggia. Come nei conflitti armati. Ed i conflitti armati sono spesso stati veicoli sui quali ha trovato posto una religione, pronta a viaggiare per raggiungere e colonizzare i nuovi territori conquistati, animati da altre persone, con lo scopo di aumentare la propria sfera di influenza, il proprio dominio spirituale. E come il cristianesimo è la religione che ha più credenti perché è quella che si è schierata più spesso dalla parte dei vincenti nelle guerre, la Juventus in Italia è quella con più tifosi perché ha vinto più scudetti, vincendo quindi più partite, vincendole sia in casa, difendendo le mura amiche, sia in trasferta, assediando gli stadi altrui.

"Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l'unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro", scrisse Pasolini. Aggiungerei anche l'aspetto bellico a quello sacro, sottolineando come tutto sia facilmente interscambiabile, interconnesso, trasportabile da una all'altra dimensione. Perché la religione è sacra di suo, il calcio ne ha assunto i contorni simili, la guerra ne adotta la terminologia o è adottata dalla religione per i suoi scopi.

Sarebbe bello che le parole di Pasolini valessero per quello che sono, per il significato più profondo che contengono, ovvero per come sia una fonte di estrema passione positiva uno sport, una passione che oltre tutto si condivide e non si vive da soli, che porta all'interazione, alla coesione, ma soprattutto alla consapevolezza che sebbene gli altri decidano di tifare un'altra squadra sono comunque movimentati dalla nostra stessa passione. Soltanto colorata diversamente. E sarebbe bello che si capisse che chiunque, a prescindere dal pensiero politico, dalla classe sociale di appartenenza, dal modo di essere che è proprio del suo io possa tifare questa o quella squadra, svincolandosi almeno in questo da tutto ciò che lo influenza nella vita di tutti i giorni, facendo sì che in quei novanta minuti sia lì, in trepidante attesa di un gol, come chiunque altro sia attaccato alla radio, alla televisione o seduto allo stadio. Lo sport teoricamente dovrebbe funzionare da livellatore delle classi sociali, sia per chi lo pratica sia per chi lo tifa, e fino ad un po' di anni fa era così, fino a quando si è semplicemente considerato un divertimento, una passione, un'evasione.

Perché per ora, in questa società, tutto ciò che assume importanza finisce per venire massacrato dagli interessi e dall'ignoranza. E' successo alle arti, è successo alla politica, è successo allo sport.

Io continuerò a tifare Juve fino alla morte, così come continuerò a portare avanti le mie idee ed a coltivare le mie passioni. E sarò ben contento di confrontarmi con chi, come mio padre, può essere in questo o quel settore di una "fazione" diversa ma mosso dalle mie stesse emozioni. Ecco perché Togliatti, Berlinguer e Pertini erano così legati al calcio nonostante la loro storia politica. Ecco perché Pasolini lo seguiva e lo praticava nonostante il suo mondo fosse apparentemente tanto diverso dal calcio. Nulla è razionalizzabile quando ha a che fare con le emozioni, e nulla dovrebbe essere assoggettato a delle leggi di mercato o a degli interessi quando il suo scopo primo è emozionare. Ma se son riusciti a farlo con l'amore, era ovvio che ci sarebbero riusciti con il calcio...

In ogni caso, comunque vada, come la si pensi... Forza Juve, fino alla fine!!!!


(PS: "Fino alla fine Forza Juventus", "Hasta la victoria siempre"... trovatemi le differenze)



Stefano Tortelli

lunedì 2 marzo 2015

Canzone della sera #7 - L'arte del dar voce agli oggetti






In letteratura ci sono tanti modi di esporre un racconto. Il narratore esterno, la narrazione in terza persona, il prologo in prima e la narrazione in terza per poi chiudere nuovamente in prima persona (o viceversa), un racconto che vive attraverso i dialoghi (tipico del teatro e delle opere liriche), e così via. Lo scrittore, dunque, come si usa principalmente dalla nascita della letteratura moderna, scrivendo ci racconta ciò che succede, come se fosse uno spettatore privilegiato, un cronista, un giornalista, ci riporta i dialoghi dei protagonisti, ed ha il potere di entrare nella mente delle persone, di descriverne le sensazioni, di leggere i loro pensieri. A volte invece si immedesima in uno dei protagonisti, raccontando dal suo punto di vista la storia, centralizzando tutta la vicenda attorno al narratore-attore: da vita così ad una specie di diario, dove vengono riportati minuziosamente i suoi scambi di parole e di opinioni con le persone che lo circondano, spesso accompagnati da commenti favorevoli o di biasimo, proprio come se, in fin dei conti, oltre a narrare ed a calarsi nella parte del protagonista giudicasse i vari personaggi da lui stesso creati, lasciando ben poco spazio all'interpretazione del lettore. 

Ciò che accomuna queste tecniche di racconto è il narrare in quanto umani, riportare ciò che altri umani vivono, pensano e dicono, e tutto ciò per far sì che altri umani leggano, si emozionino, pensino, interpretino la storia dandole un proprio senso, cercandole una morale, fino ad immedesimarsi in uno o più personaggi. Nelle favole e nelle fiabe spesso i protagonisti sono invece gli animali, e da Esopo a Sepulveda, passando per Kipling e buona parte della filmografia della Disney, altri esseri animati sono protagonisti di allegorie che trasportano nel regno animale tipiche situazioni della nostra realtà, a volte prendendo spunto, come per Il Re Leone, dalla letteratura che invece vedeva come protagonisti i nostri simili (Il Re Leone attinge a piene mani dai lavori di Shakespeare). Viene quindi sì data voce a chi non ne ha, ma lo si fa in ottica allegorica, spesso arricchita da una morale da trasmettere, dando così vita ad un processo che non si allontana poi molto dallo spostare in uno spazio immaginario o in un'altra epoca una vicenda che è propria della contemporaneità (ovvero ciò che fece Manzoni con I promessi sposi, trasportando e camuffando le problematiche del suo tempo due secoli indietro, facendo così una disamina politico-culturale dell'800 raccontando una storia ambientata nel '600). 

Probabilmente tutto questo è implicito nell'arte stessa del raccontare, e quindi non è nella forma del racconto che si può trovare la totale meraviglia che è propria del dar voce a chi o a cosa non ne ha. Tutta questa disamina è quindi pressoché inutile al mio scopo, ovvero al mettere in luce quanto sia meraviglioso trovarsi a leggere o ad ascoltare parole che idealmente escono da un'immaginaria bocca di un oggetto o di un'entità non animata. Tutto ciò lo si può riscontrare nella poesia ed in tutte le composizioni che hanno uno stile poetico. Come le canzoni. E credo che la composizione che più esalta questa stupenda arte sia la canzone Joan d'Arc di Leonard Cohen. Si può dar voce al fuoco e renderlo un amante passionale e desideroso di impossessarsi della carne della propria amata? Si può immaginare Giovanna d'Arco, in procinto di essere bruciata, affascinata dalle fiamme che la avvolgono come se fossero le braccia di un uomo durante l'amplesso? E si può credere al fatto che Giovanna si confidi e si sfoghi proprio con il Fuoco, che è lì sì per ucciderla, ma anche per ascoltarla, per consolarla, per amarla, ma anche per domarla e renderla umana, incenerendo di fatto le accuse che l'avevano portata sul rogo? Sì, si può. Immaginando si può far tutto ciò che si desidera, soprattutto se il mezzo per realizzare i  le immaginazioni è  è una forma d'arte. 

Credo non vi sia altra composizione al mondo che al meglio possa descrivere la purezza, l'intensità, l'importanza, la grandezza e la meraviglia che risiede nell'amore e nella sua più spontanea e naturale esposizione, ovvero l'atto d'amore, ovvero l'unione dei due corpi e delle due anime. E sarà pur vero che Giovanna d'Arco muore, uccisa dal Fuoco, vittima del suo amante, sarà pur vero quindi che Giovanna d'Arco muore per amore (e del resto il suo patriottismo cos'altro era se non amore per la sua terra, per il suo popolo, per la libertà?), ma a morire con lei, subito dopo, è il Fuoco stesso. Senza il combustibile, senza l'oggetto dell'amore, senza l'amore, anche il fuoco, anche l'altro amante, non può che seguire la stessa sorte svanendo, nascondendosi tra le ceneri dell'amata.

Ed il fumo che sale verso il cielo è il prodotto di quel rapporto carnale, ed in quel fumo ci sono sia Giovanna che il Fuoco, ed in quel fumo le due anime sono un tutt'uno, ormai mischiatesi, e probabilmente felici. Nonostante la fine, nonostante il non più esistere, nonostante la morte. 

Se poi, come se non bastasse la versione in lingua originale di Cohen, ci si aggiunge la traduzione in italiano di De André, allora si raggiunge l'apoteosi, la perfezione. Ed è così che oggi si raddoppia: perché parlare d'amore, cantare d'amore, fare l'amore è bello, ma poter far tutto ciò più volte, in molti modi, è meraviglioso.








Stefano Tortelli







domenica 1 marzo 2015

Non è patriota il nazionalista.






Ovunque ci si giri, qui in Italia, il messaggio che principalmente si riceve è: “Se vuoi sopravvivere, se vuoi realizzarti, vai via di qui, vai all’estero”. Curioso come questo sia, probabilmente, il messaggio che muove migliaia di persone verso le nostre coste. La differenza tra “noi” e “loro” è che “noi” alla peggio veniamo insultati e, non riuscendo ad affermarci oltre i confini, torniamo a casa, ritrovando la famiglia, ritrovando ciò che avevamo lasciato pressoché immutato. “Loro” invece, se sopravvivono alla traversata, devono conoscere i CIE, devono scappare dalla polizia, devono vivere come irregolari, o meglio sopravvivere come irregolari. E vengono sfruttati, e vengono derisi, e diventano criminali, tanto quanto un assassino o uno stupratore, per il solo fatto di aver poggiato i piedi sul territorio italiano. E, paradossalmente, loro a casa non possono tornare nemmeno se lo desiderano, e tra l’altro, spesso, l’Italia non è la loro destinazione: è uno scalo, come può esserlo un aeroporto di un’altra Nazione per noi. Nessuno ci proibisce di imbarcarci su un altro aereo e raggiungere la meta desiderata; a loro invece è proibito raggiungere il loro fine, ed è pure negato il diritto di stare nell’”aeroporto”. Tutto questo è regolato da leggi ben studiate nei Paesi confinanti con l’Italia e da una politica puramente emergenziale nostrana, mossa dal desiderio di autoconservazione anziché da vere logiche politico-sociali ed economiche.

Il tutto è stato facilitato in maniera mostruosa dalla vanificazione del confine tra il concetto di patriottismo e quello di nazionalismo, estremizzando così le posizioni, relegando ad una sola corrente di pensiero l’orgoglio di essere parte di un popolo, di esser fieri delle proprie tradizioni, di preservare e promuovere la propria cultura. Sono tanti i paradossi che come parassiti si sono diffusi nella società contemporanea, tant’è che ci si trova movimenti nazionalisti che si fanno promotori dell’identità italiana quando ben poco conoscono la nostra storia, quando l’ignoranza la fa da padrona ad ogni livello della loro composizione, che siano i grandi capi o che siano gli elettori.

Il messaggio che passa però è questo, ed una certa sinistra non fa nulla per contrastare la cosa. Che poi… trovo difficile definire di sinistra un pensiero populista fatto di lamentele, di disfattismo, di autocommiserazione, come se veramente non esistesse più il concetto di umanità, come se non esistesse più la solidarietà che ne è figlia, come se, piuttosto che rimboccarsi le maniche per raddrizzare l’Italia sia più facile dire: “Ma sai che c’è? Me ne vado all’Estero”. E pensare che il patriottismo che muove le masse e che spesso sfocia in situazioni di guerriglia viene appoggiato totalmente, se fuori dal nostro contesto, se oltre i nostri confini. Pieno appoggio all’IRA, all’ETA, ai Palestinesi, si guarda con romanticismo all’identità occitana che vuol essere riconosciuta, al grande popolo sardo (se vogliamo fare un esempio nostrano ma comunque isolato perché isolano), ma per quanto riguarda l’identità italiana, in quanto popolo unito, tutto tace. Probabilmente il problema risale alla difficoltà storica di riunire sotto lo stesso vessillo, cioè il tricolore, tutti quelli che dal 1861 erano definiti cittadini italiani. “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”, disse Massimo D’Azeglio, e probabilmente, nonostante centocinquantaquattro anni di storia, il popolo italiano ancora fatica a riconoscersi negli stessi valori, rifugiandosi invece nelle identità regionali, tutt’al più in quelle areali (settentrione/meridione/area Tosco-Umbro-Laziale). L’identità italiana, tolto il periodo fascista, in cui il tutto ruotava attorno ad un sentimento nazionalista che elevava sopra ogni altra nazionalità quella italiana, si è manifestata soltanto durante la Resistenza ed i primi anni del dopoguerra, quando la ricostruzione delle città bombardate, dal nord al sud, aveva unito l’intero Paese nel conseguimento dello stesso scopo: la rinascita.

Siamo rinati tutti insieme, Milano come Catania e come tutte le città italiane colpite dalle bombe durante il secondo conflitto mondiale sono state liberate nuovamente, stavolta dalle macerie, ed ad ogni latitudine dello stivale gli italiani hanno riportato allo splendore l’Italia. Un nuovo risorgimento, questa volta tricolore ovunque. Una volta però raggiunto un minimo di benessere ecco che di nuovo il patriottismo e l’orgoglio di far parte di una Nazione è andato a perdersi, e non sono stati sufficienti i mezzi di comunicazione di massa ad unire il Paese. Certo, parliamo, chi meglio chi peggio, tutti la stessa lingua, ma come un’arma a doppio taglio le televisioni e le radio sono state usate per acuire ulteriormente le differenze. “Noi” e “loro”, prima che sottintendesse “italiani” e “immigrati”, erano sinonimi polivalenti per definire i meridionali ed i settentrionali, con accezioni negative per i “loro” di turno. C’erano (e tutto sommato ci sono ancora) italiani di serie A e di serie B, ed il capovolgimento delle gerarchie si verificava spostandosi principalmente latitudinalmente, e talvolta longitudinalmente, all’interno dello Stivale.

Ci è stato fatto passare il messaggio che per il bene dell’Italia intera una parte o l’altra della Nazione doveva compiere dei sacrifici: prima il sud doveva emigrare al nord per far sì che il nord compiesse il miracolo economico che poi avrebbe pervaso tutta l’Italia, poi il nord doveva finanziare il sud per far sì che potesse colmare il gap con le regioni settentrionali. Tutte balle. Hanno voluto dividere gli italiani secondo il detto di cesarea memoria “Dividi et impera”, e l’han fatto sfruttando il più facile elemento a loro disposizione: la distanza geografica e culturale tra “ciò” che sta sopra il Tevere e “ciò” che sta sotto. In questo sì che ci sono riusciti, allontanando di molto il raggiungimento di un sentimento patriottico, ovvero il piacere e l’orgoglio di essere italiani, e fomentando invece i regionalismi ed i campanilismi. Ora a nord abbiamo la Lega che da ormai vent’anni vive di questi meccanismi, ampliati alla difesa dei valori cristiani ed occidentali, al sud non si è mai sopito il desiderio di tornare all’epoca pre-Risorgimento, al dominio dei Borboni, e pur di sottostare allo Stato italiano si sopporta l’ingerenza delle mafie e della criminalità organizzata.

Io sono sempre stato abituato a guardare l’Italia come un blocco monolitico, come ad un’entità unica con una propria identità, con dei propri valori, con delle radici ben definite. Con una cultura immensa, impareggiabile da ogni altro Stato mondiale, con una storia millenaria e continua. Ovunque voi andiate in giro per l’Italia, che si parli di Verga, di Leonardo, di Gramsci, di Marco Polo, la prima cosa che sentirete sarà: era uno scrittore, un inventore, un politico, un commerciante ITALIANO. Perché della nostra storia e della nostra cultura siamo tutti orgogliosi, della grandezza e dell’importanza che da ormai tremila anni l’Italia ha nel mondo anche, e ce ne freghiamo della regione dalla quale proveniva questo o quel grande genio che tutto il mondo ci invidia. Lui era figlio dell’Italia come tutti noi.

Questo è essere patrioti, questo è essere italiani. E nel presente, nel presente essere italiani significa restare qui a lottare, a diffondere idee giuste, ad essere solidali nei confronti dei nostri connazionali che soffrono e di chi, una volta giunto qui, soffre come noi, perché come noi calca la stessa terra, abita le stesse città, osserva lo stesso cielo. La differenza sta qui: il nazionalismo punta a chiudersi ed ad arroccarsi, proprio come la Lega al nord o i nostalgici dei Borboni al sud, vomitando su tutto ciò che è diverso e lontano e che si offre a noi. Il patriota è colui che difende la propria terra, ma difendendo la propria terra difende anche chi ci si trova a viverci, a prescindere dal colore della pelle, della lingua che parla, della nazione di provenienza.
Cerchiamo di essere credibili, per una volta. Se volete la parità di diritti per tutti, prima di tutto riconoscete il vostro status di essere italiani. Altrimenti che coerenza c’è tra il vomitare sulla nostra carta d’identità, sulla nostra bandiera, e voler far sì che lo ius sanguinis cessi di esistere per lasciar spazio al più giusto ius soli!? A livello puramente logico, volete male agli stranieri più dei leghisti e dei fascisti…


Io amo l’Italia, e proprio perché la amo voglio contribuire a cambiarla, a migliorarla. Proprio perché la amo, voglio restare. E proprio perché la amo voglio che vengano lasciate aperte le porte a chiunque desideri partecipare al suo miglioramento. Scappando, invece, non si risolve nulla.

E quindi, prima di urlare con superficialità dettata dalla distanza "Viva l'Irlanda libera", "Viva i Paesi Baschi", "Viva la Palestina", impariamo a dire "Viva l'Italia". E non soltanto quando trionfa negli sport.... E' l'unico modo per legittimare ogni altra istanza che si vuol portare avanti oltre le Alpi ed oltre il Mediterraneo.





Stefano Tortelli

venerdì 27 febbraio 2015

Palestina, Israele e la democrazia a gettoni

Cartina degli Stati che riconoscono la Palestina. Una delle tante carte geografiche che non vi vorrebbero mai far vedere.



E’ curioso come gli Stati del cosiddetto Occidente, che si considerano i paladini della democrazia nel mondo, tanto da essersi sentiti in dovere di esportarla a colpi di pozzi di petrolio, raid aerei e depredazioni di materie prime, manchino all'appello e si dimentichino, soprattutto, dei principi democratici, soprattutto quando riguardano una condizione universale, globale. Se prima era l’imperialismo coloniale legittimato dagli eserciti ad esportare la democrazia, ora il compito è dell’imperialismo economico, che teoricamente lascia totale libertà di autodeterminazione alle altri Nazioni ma di fatto le vincola, con ancor più efficacia, ad un rapporto di collaborazione e subordinazione nei confronti dell’Europa Occidentale e degli Stati Uniti. Ed è subdolo l’imperialismo economico, perché il nemico si nasconde, è lontano, non è riconosciuto come invasore: anzi, talvolta è il salvatore, talvolta il liberatore, talvolta il curatore, talvolta è colui che apparentemente da lavoro, porta il progresso, importa il benessere. E non c’è bisogno di andare troppo lontano per capire come questo meccanismo sia stato messo in atto in tutto il mondo, tant’è che basta pensare all’Italia: da quando il nostro Paese ha abbracciato il sistema sociale statunitense, firmando di fatto un contratto di annessione alla realtà a stelle e strisce, la Penisola italiana ha cominciato a farsi sommergere dai mille problemi, dalle mille contraddizioni, fino ad essere in crisi, fino ad avere l’acqua alla gola. Il Mediterraneo sta per sommergerci, ma a quanto pare va bene così, per ora il desiderio di riemergere è ancora lontano dall’instillarsi in noi, siamo ancora convinti che l’acqua non salirà ulteriormente.

La democrazia però, a quanto pare, vale soltanto quando fa comodo, e se negarla serve per far sopravvivere l’ultima realtà legata all’antico sistema imperialistico, e quindi quello prettamente coloniale, allora si fa di tutto per sacrificarla in nome dell’egemonia nordamericana. Mi riferisco a ciò che avviene in Terra Santa dal 1988, anno in cui l’OLP (l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina) autoproclamò l’esistenza della Palestina, senza comunque negare l’esistenza di Israele. Attualmente gli Stati indipendenti nel mondo sono 204, ma nel 1988 erano decisamente di meno. Questa piccola precisazione è doverosa, poiché subito dopo l’auto-proclamazione dell’OLP furono ben 90 gli Stati che riconobbero la Palestina come Nazione autonoma ed indipendente. Se non erano la maggioranza, poco ci mancava. Se pensiamo invece all’oggi, al presente, le Nazioni che riconoscono la Palestina sono 130 su 204. La quasi totalità dell’Africa, dell’Asia, dell’Europa orientale, la Russia, il Sudamerica, la Svezia, Cuba. 130 su 204 significa la maggioranza, ed alla luce del fatto che sono proprio gli Stati occidentali ad aver promosso la nascita di organizzazioni mondiali come ONU e NATO, con lo scopo di prendere decisioni in democrazia per gestire, teoricamente, in modo proficuo ogni situazione che riguarda l’andamento del mondo intero, è lampante come siano questi Stati ad osteggiare con più determinazione il riconoscimento della Palestina. Le motivazioni comunque non sono difficili da trovare: lo Stato di Israele è di fatto l’ultimo superstite della decolonizzazione, l’ultimo residuo di quella che era la politica in vigore dall’800 fino alla fine della seconda guerra mondiale, è di fatto l’ultima India, l’ultimo Vietnam, l’ultimo Maghreb, l’ultima Corea. Allo stesso tempo è anche un caso unico, poiché, di fatto, non vi è stata alcuna invasione militare in terra palestinese quando fu istituito lo Stato di Israele, si è voluta risarcire la comunità mondiale ebraica dandole la Terra promessa citata nei Testi sacri, andando a destabilizzare totalmente una realtà che ben poco c’entrava con ciò che è stato perpetrato in Europa, per secoli, a chi si professava ebreo. Sarebbe stato più logico, come è normale che succeda durante i trattati di pace, dare parte dei territori tedeschi agli ebrei o, visto che gli USA ci tenevano tanto, dar vita ad una realtà ebraica in Nord America. Ma ovviamente tutto ciò non avrebbe avuto alcun peso strategico, soprattutto quando non sono stati né gli USA né gli Alleati a sbattere in faccia al mondo la realtà nascosta dai nazisti in Germania e Polonia. Se quindi si fosse creato uno Stato autonomo di professione ebraica in Europa, questo facilmente si sarebbe schierato con l’Unione Sovietica, vera ed unica liberatrice degli ebrei di Auschwitz e degli altri campi di sterminio principali. Ed allora ecco il meraviglioso gesto della Gran Bretagna: liberare di fatto la Palestina dalla presenza istituzionale britannica ma ripartire i territori palestinesi in due Stati autonomi, Israele e Palestina, lasciando poi alle due neonate realtà il compito di gestirsi. Di fatto, però, la Palestina post-coloniale ha cessato di esistere nel 1967 poiché annessa ai territori di Israele. Ed intanto l’Occidente stava a guardare, compiacendosi di ciò che Israele stava facendo ed auto-compiacendosi per aver messo in atto un programma così audace di controllo diretto di un’area enorme senza, di fatto, metterci piede direttamente.

Se nel mondo valessero davvero i valori democratici, stando ai numeri, la Palestina dovrebbe essere riconosciuta come Stato autonomo da diversi anni ormai, vista la maggioranza mondiale di Nazioni che ne riconoscono l’esistenza. Se poi ci basassimo sulla popolazione mondiale che indirettamente riconosce la Palestina, beh, la vittoria sarebbe schiacciante, visto che da sole India e Cina ospitano circa la metà degli abitanti del pianeta. Ma come ben si sa il parere di ogni individuo conta ben poco a qualsiasi latitudine e longitudine, per cui sono gli Stati che rappresentano gli uomini a fare testo.

Il testo attualmente dice che il 64% degli Stati mondiali riconosce la Palestina. Circa due terzi del mondo. Nel restante terzo abbiamo la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia, gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, il Giappone, il Messico ed altri Stati ancora. Nel restante terzo ci sono gli Stati che detengono la maggior parte delle risorse economiche mondiali, o per lo meno così vogliono continuare a farci credere. Nel restante terzo figurano quelle realtà che storicamente hanno con una mano mostrato al mondo i documenti che legittimano il loro essere democratici e nell’altra l’arma con cui hanno soggiogato il resto degli Stati. E’ quindi chiaro come la maggioranza che fa testo non sia quella dei popoli ma quella del soldo, e di come a decidere il destino del mondo non sia un coro di persone più numeroso ma il coro di persone che ha più soldi per amplificare la propria voce.

Sbaglia chi ne fa una questione religiosa, sbaglia chi ne fa una questione etnica. La questione palestinese dovrebbe essere una questione ideologica, dovrebbe rappresentare il punto di svolta in grado di chiudere finalmente l’antico sistema capitalistico, per poi poterci concentrare su quello attuale. La questione palestinese, se risolta con il riconoscimento della Palestina senza dover passare per le armi o i negoziati tra i due Paesi ma per il volere della maggioranza degli Stati mondiali, sarebbe l’indicatore di una finalmente raggiunta democrazia a livello mondiale, dove il parere di ogni Stato, dal Lichtenstein alla Cina, vale uno, vanificando così tutte le varie organizzazioni parallele e di settore che operano solo per i propri interessi. Qualsiasi sia la loro natura.

Anche perché la meglio gioventù mondiale si è schierata chiaramente, ma a quanto pare questo non conta affatto. Il futuro non ha valore per i potenti di oggi, tanto da negarlo a chi combatte per migliorarlo. Rachel Corrie, Vittorio Arrigoni e tanti altri hanno sognato il futuro e sono morti per i loro sogni. Direi che è ora di smettere di proibire ai sognatori di poter dar vita ad una realtà migliore.





Stefano Tortelli

martedì 24 febbraio 2015

I collezionisti di occasioni perse - L'inutile contestazione a Tsipras






Non mi considero un inguaribile ottimista. Tutt'al più sono un sognatore, uno che ci spera fino all'ultimo, uno che se può fare qualcosa lo fa, e se non può farlo fa in modo di poterlo fare. Ed inoltre mi è stato insegnato che è importante ammirare chi intraprende un cammino, chi tenta di migliorare lo stato attuale delle cose, chi ci mette ogni energia per far sì che qualcosa di nuovo si realizzi. La Grecia non diventerà la nuova Cuba, non nel giro di tre mesi, non nel giro di un anno. 

In Italia i pseudo-compagni vanno farneticando, tacciando di indole borghese Syriza, considerandola un prodotto del capitalismo, pretendendo di sentire riecheggiare l'Internazionale dagli altoparlanti di ogni dispositivo audio-trasmittente della penisola ellenica. Cavoli, bastasse essere di sinistra e vincere un'elezione per realizzare tutto questo datemi un partito che andiamo a conquistare la rossa primavera. Stiamo rasentando l'assurdo, siamo già nel ridicolo. Ed oltre tutto non ci assumiamo le nostre colpe, che sono enormi, e che in gran parte risiedono in quel gruppo dirigenziale fantoccio che è venuto a crearsi nei vari partiti che si AUTOdefiniscono comunisti. Già definirsi comunisti è una bella pretesa: non è mica come dire "Ciao, io sono Stefano e sono italiano"; comunista è un'etichetta che dovrebbe venirci data, e che sia un nemico od un amico ad affibbiarcela poco importa, l'importante è aver fatto qualcosa che agli occhi altrui ci rende tali. Una volta successo allora sì che ci si può definire comunisti o socialisti. Per me il partito di Tsipras è una buona via per raggiungere il comunismo in un mondo totalmente capitalista. Perché la Russia non è più anti-capitalista da cinquant'anni, semplicemente ha adattato il capitalismo all'ideale comunista, e la stessa cosa vale per la Cina. per cui di modelli a cui ispirarsi e che siano attuali non ce ne sono. Bisogna procedere per tentoni, per tappe, per compromessi. Vogliamo distruggere il capitalismo? Non possiamo: o facciamo una rivoluzione armata o non possiamo. Non ci sono riusciti i cubani ed i sovietici senza un tributo di sangue e con la gente che stava morendo di fame, vogliamo credere di poterlo fare noi senza imbracciare le armi in una realtà dove, comunque, le pance sono piene? Il capitalismo non va distrutto, va superato. Del resto Il capitale di Marx non parla di distruzione del capitalismo, parla del suo superamento, del suo annientamento in quanto desueto, in quanto fallito, in quanto incapace di auto-alimentarsi. Ma occhio, il marxismo ora come ora è inapplicabile: i proletari non esistono più, o meglio, i proletari di oggi sono i borghesi di ieri. Chi fa figli se non i ricchi!? E proletario non significa "colui che ha prole"? Quindi basta parlare di proletariato. E la classe operaia? Dov'è la classe operaia? Chi è ancora che lavora in fabbrica, e soprattutto quanti ancora, di quelli che lavorano in fabbrica, votano in modo differente dai propri padroni? Se dove lavorava fino a un paio di anni fa mio padre la maggior parte dei suoi colleghi votavano l'asse Lega-PDL qualcosa non funziona, o sbaglio? 

Studiando per un esame mi è capitata sott'occhio una ricerca condotta negli anni '50 in Inghilterra presso alcune fabbriche di uno dei più importanti centri siderurgici della Gran Bretagna, la quale metteva in luce come, una volta conquistati certi diritti, migliori condizioni di vita e determinate sicurezze, l'operaio cambiava la sua linea politica, allineandosi a quella del datore di lavoro. Ne è la prova il fatto che, se dopo la seconda guerra mondiale a vincere le elezioni furono i laburisti, nel giro di pochi anni, nonostante avessero rispettato il loro programma elettorale, al potere tornarono i conservatori. In Italia questo processo è stato fortunatamente più lento, ma forse è solo perché in Italia certe conquiste sono state più difficoltose, hanno richiesto più tempo, e per cui l'esigenza di un partito comunista si è sentita per trent'anni anziché per soli dieci. Questa è una delle tante mancanze storiche, una delle tante ignoranze dei "comunisti" di oggi. La fondazione del PCI non è stata concepita in una notte, la Rivoluzione russa non è avvenuta dall'oggi al domani, come non è stata una questione da poco il processo che ha portato al trionfo di Fidel Castro e di Che Guevara a Cuba. Questi signori invece vogliono tutto e subito, mostrando così quanto su di loro ha attecchito il lato più profondo del capitalismo. L'assurdo poi è che blaterano di voler rifondare il PCI quando loro sono stati tra i principali assassini del nostro partito comunista, e sebbene in modo subdolo ne rivendicano l'uccisione: insultando Berlinguer, massacrandone il ricordo, spargendo immondizia sulla tomba del più grande statista italiano. Ma stiamo scherzando!? 

Enrico, perdonali tu, perché io non ci riesco. A guidare il pensiero comunista dovrebbe esserci una persona come te, uno che anziché snocciolare soltanto numeri e teorie sapeva anche parlava alla gente, arrivare al cuore delle persone, farsi voler bene. E soprattutto tu non ti rifugiavi nelle tue stanze, non ti mostravi avulso dalla realtà del tuo tempo, ma soprattutto estraneo alla gente. Majakovskj sosteneva che per essere un buon politico bisognava essere in grado di calarsi nella realtà, nella contemporaneità, conoscendone così le problematiche e potendo così escogitare soluzioni applicabili alla natura del contesto. Berlinguer è stato capace di farlo, e l'ha fatto due volte, prima portando avanti le istanze di quella che non era la sua classe d'origine, e poi modificando gli obiettivi del partito in base ai mutamenti della società. Ora invece i nostri politici pensano di essere ancora nel 1800, o tutt'al più ai tempi della Rivoluzione d'Ottobre. 

Mentre stavo andando ad insegnare stavo pensando a tutto questo ed a come la filosofia si sia evoluta in tremila anni. Da Anassimene a Marx il passo è breve, ed ha una sua logica, mostra un'evoluzione che se non è paragonabile a quella di un entità biologica poco ci manca. Il problema sono questi ultimi 200 anni e quest'assenza di una nuova filosofia, o meglio di esponenti a cui si da credito, per affrontare gli attuali problemi e sostenere con la teoria una pratica socialista realizzabile ora. Ci son stati Gramsci, Lorenz, Fromm, ma tutto sommato non se li caga nessuno... chissà perché... forse sono considerati impuri.

Spiace, ma io negli attuali comunisti puristi ci vedo dei reazionari, che non si rendono conto di vedere come Tsipras possa essere il preludio per un nuovo socialismo (caso strano Tsipras ha messo in moto quel che più si può considerare erede dell'Internazionale Socialista, ovvero la sua Altra Europa), perdendo così, di fatto, l'ennesima occasione di scendere dai loro piedistalli. Siete statue di sale, siete castelli di sabbia... e non per niente non entrerete mai in parlamento. Sale e sabbia sono inorganici, di conseguenza incapaci di provare e far provare emozioni. La politica di sinistra dovrebbe essere la politica delle emozioni, non la politica dei numeri. I numeri, almeno quelli, lasciateli al capitalismo. 

Non avrei mai dovuto scrivere queste righe, soprattutto alla luce del fatto che spesso mi trovo a dover difendere le mie posizioni politica, considerate spesso anacronistiche. Non sono le mie posizioni ad essere anacronistiche, sono gli esponenti principali che son rimasti nel Medioevo del pensiero comunista. Il comunismo può farcela, è molto malato, ma lo possiamo salvare. Forse dovremo dialogare con i nostri nemici, forse dovremo scendere a compromessi, ma intanto guadagneremo terreno, intanto porteremo sempre più avanti la linea di confine, sposteremo più ad "est" le nostre trincee e le nostre barricate. Berlinguer ha avuto successo perché innanzitutto sapeva dialogare, e soprattutto perché si metteva in gioco, faceva qualcosa. Ha sbagliato a volte, ma solo chi non fa non sbaglia mai. 

Non voglio pensare che la sua morte sia la morte dei miei ideali, altrimenti io qui che ci sto a fare!? Ai suoi funerali c'erano tre milioni di persone... stiamo parlando di poco più di trent'anni fa. Era un uomo, era mortale, come lo siamo noi. Vogliamo ricordarlo davvero!? Allora viviamo come lui, agiamo come lui. E lasciamo agli altri il lusso di poter sputare su di noi e sulle tombe dei nostri padri, non hanno bisogno del nostro aiuto.

Scusa Enrico se ti ho coinvolto così tanto, probabilmente sei schifato più di me al momento, ma voglio pensare che anche tu stia sperando nel vedere un giovane compagno provarci sull'altra sponda dell'Adriatico.




Stefano Tortelli

lunedì 23 febbraio 2015

Canzone della sera #6 - A mia nonna


Era un lunedì 23 anche quella mattina in cui, con mio zio, stavo andando in comune ed alle pompe funebri per chiudere le ultime pratiche relative a ciò che la sera prima era successo. Spesso mi chiedo come facciano i condannati a morte ad apparire tranquilli mentre vanno incontro alla morte, che sia un patibolo, una sedia elettrica, una camera a gas. Penso non sia un condizione mentale tanto diversa da quella che ti pervade quando devi accingerti a firmare documenti, a telefonare a destra e manca, a scegliere la foto per il necrologio e la tomba, a trovare una frase per il "ricordino" quando perdi una persona fondamentale della tua vita. 

Mi ricordo bene la sera prima di quel lunedì 23: erano quasi le 9, stavo scendendo da mia nonna e mio zio, stava per cominciare la partita e mi sarei seduto con mio zio a guardarla. Era un rito del weekend, che, sebbene in altre forme, continua tutt'ora. Solo che c'era nell'aria qualcosa di diverso. Sarà perché il giorno prima aveva nevicato per la prima volta, anticipando di fatto di un mese l'avvento dell'inverno, sarà perché da un po' i weekend passati in famiglia avevano un sapore agrodolce, sarà perché ormai s'era persa la speranza. Del resto dovevo immaginarmelo, mentre ero con lei, nella sua camera, con lei distesa sul letto, già una volta l'anima aveva deciso di lasciare il corpo e farsi un giro, per poi tornare appena in tempo. Probabilmente ha voluto fare un sopralluogo, e quando si è resa conto che, sebbene ci fossi io lì, mancavano mia madre e zio, aveva deciso di procrastinare la fuga definitiva di qualche ora. Scesi la prima volta, tornai su, e mentre ancora ero sulle scale mio zio chiamò di sopra: Stefano, manda giù mamma, nonna sta male. Scendemmo entrambi, e mentre zio stava chiamando il 118 io e mamma eravamo al capezzale di nonna. Respirava malissimo, il battito era sempre più flebile, ma stranamente era lucida, dopo che, da ormai due settimane, non riconosceva più nessuno. Nemmeno me, che son stato l'ultima persona che gli era rimasta nella memoria. Magari non riconosceva mamma, non riconosceva zio, non riconosceva gli altri. Ma a mamma, a zio, agli altri chiedeva di me. "Dov'è Stefano?" "Come sta Stefano?" "E' passato Stefano oggi?". Quella sera invece ci riconobbe tutti e tre: sua figlia Luciana, suo figlio Egisto, suo nipote Stefano. Zio mise giù il telefono, entrò anche lui in stanza, ed a quel punto cominciò a lasciarsi andare. Quando racconto o scrivo di questo momento sento sempre una pressione sul gomito, e del resto è lì che è stata la sua mano destra per l'ultima volta. Mentre le accarezzavo il viso lei accarezzava il mio braccio, fino ad arrivare al gomito, per poi stringerlo. Come a dirmi di stare tranquillo, come a dirmi che sì, lei se ne stava andando, ma ci sarebbe sempre stata. In quell'accarezzare e stringere il mio braccio mi aveva trasmesso la sua ultima energia vitale, che automaticamente utilizzai per far capire a mia madre che era finita, che non aveva più senso procedere con inutili tentativi di rianimarla, che bisognava esser forti ed accettare la sconfitta. Il rilevatore del battito cardiaco aveva ormai smesso di avere una sua utilità quando tutti e tre ci stringemmo attorno al letto, ed ecco che, dopo quel momento di cordoglio, si attivò il meccanismo sopra citato: c'erano mille cose da fare, mille persone da avvertire, mille questioni da organizzare. Salii le scale ed avvisai mio padre, poi presi il cellulare di mia madre, l'agenda, e cominciai a chiamare i parenti, le colleghe di mamma, la mia ragazza, alcuni amici. Mio zio chiamò le pompe funebri, il medico e l'infermiera che veniva a casa per le medicazioni giornaliere, mentre intanto mio padre stava vicino a mia madre, che di lì a poco si sarebbe trovata anche lei nella condizione in cui già ci eravamo trovati ad essere zio ed io. Arrivarono gli zii di Torino, le pompe funebri, alcuni vicini, Caterina (l'infermiera). E poi il buio.

Dal momento di buio al funerale c'è solo un ricordo, ed è quello da cui il post è partito. Quei cinque chilometri senza dire una parola, in macchina con mio zio e la radio accesa. Cinque chilometri per cinque minuti per una canzone. Era un lunedì 23 allora, è un lunedì 23 oggi, e quella canzone si è ripresentata dalle casse dell'auto ed ha fatto riaffiorare per l'ennesima volta quel flash nel grigiore di quel mattino di novembre ancora immerso nella nebbia. "Un giorno credi di esser giusto e di essere un grande uomo, in un altro ti svegli e devi ricominciare da zero". Probabilmente nonna si era impossessata delle radio-frequenze ed ha voluto farmi arrivare un ultimo messaggio. Quel mattino, ma soprattutto quella sera, non stavo ricominciando da zero, ma ero diventato un uomo, ero diventato ciò che lei sognava che io potessi essere. Desiderava vivere fino al giorno in cui mi fossi laureato, morì prima che potessi dare il primo esame, ma fu lei, accarezzandomi il braccio e lasciando indelebile la sua firma sul mio gomito, a conferirmi la laurea di adulto, di persona in grado di gestire anche le situazioni peggiori che possono verificarsi nell'arco di una vita e di lottare per ciò che più amo, fino all'ultimo, finché ce n'è. Mi ha riservato la sua ultima carezza, il suo ultimo sguardo, ed a tutti noi, per l'ennesima volta, ha insegnato qualcosa. 

Ti chiamavi Angela, e tutto è tranne che un caso. Ti chiamavano Angela, e per me sei un angelo. Ma soprattutto eri, sei e sempre sarai mia nonna. Grazie, ancora una volta.



Stefano Tortelli

domenica 22 febbraio 2015

Anche i manganelli hanno i propri gusti





Dev'esserci una certa predilezione per alcuni tipi di sangue, di pelli e di idee da reprimere da parte dei manganelli italiani, oppure a volte si trovano ad aver la pancia piena, viste le scorpacciate fatte nei mesi precedenti, che fa sì che se ne stiano buoni buoni attaccati alla cintura dei poliziotti anziché roteare prima di colpire chi, in quel momento, è considerato meritevole di un bel pestaggio istituzionale.

In questi ultimi giorni tanto si è scritto e detto riguardo ai tifosi del Feyenoord ed a ciò che hanno fatto in Piazza di Spagna, a come l'han fatto, a come sono stati lasciati liberi di agire. alla mancata adozione di misure di precauzione efficaci, come se fosse la prima volta che succedono episodi del genere, come se non esistesse una ricca cronistoria di vandalismo ed illegalità attorno al mondo delle tifoserie, e specialmente in ambito capitolino. I manganelli riposano in questi casi, o nella migliore delle ipotesi arrivano tardi, quando già c'è scappato un morto, quando già è stato rovinato un monumento, quando già l'atteggiamento criminale si è manifestato. Per non parlare delle misure di sicurezza che vengono adottate negli stadi, dove assolutamente lo spettatore qualunque non può portare dentro un accendino o una bottiglia, ma il tifoso organizzato può tranquillamente far entrare un arsenale di spranghe, coltelli, fumogeni e bombe carta. Tra l'altro li conoscono tutti, si conosce bene l'identità, la storia politica, la fedina penale di ogni ultrà, ma mai che si prendano una manganellata quando se la meritano. 

Probabilmente il sapore del sangue dei tifosi non è apprezzato dal fine palato dei manganelli, che a quanto pare prediligono quello di giovani studenti, operai, sindacalisti, stranieri, ragazzi. Oppure semplicemente non apprezzano il sangue che gli ricorda quello dei propri possessori, soprattutto se celerini o dei reparti speciali, dove sotto il caschetto, ovviamente senza numero di identificazione, potrebbe celare il viso di un fascista, ma in uniforme. Cane non mangia cane, fascista non mangia fascista, distruttore non mangia distruttore. E fidatevi, se ciò che è successo a Roma fosse avvenuto per mano di tifosi italiani, magari juventini, napoletani o milanisti, i discorsi si sarebbero già esauriti; se ne parla ancora solo perché i tifosi sono stranieri, ed in quanto cittadini di un altro Paese è venuta a crearsi una tensione in sede di politica estera. Ne è la dimostrazione la morte del poliziotto Giuseppe Raciti durante gli scontri di Catania-Palermo nel 2007, fatta passare come un caso di cronaca come un altro perché alla fin fine era una questione totalmente italiana, anzi, totalmente siciliana, e quindi erano sufficienti due parole di commiato, le solite accuse nei confronti del mondo del pallone e delle tifoserie, i soliti mea culpa da parte delle istituzioni e poi il silenzio dopo il funerale in diretta tv. 

Ma gli ultras non devono preoccuparsi. Ai manganelli, come già detto, il loro sangue non piace, probabilmente perché privo di ogni ideale, di ogni inventiva, di ogni spirito di uguaglianza e libertà. E' insipido, evidentemente. E quindi non assisteremo ad un impegno da parte della politica di far sì che queste cose, finalmente, non possano più succedere arginandole, reprimendole, debellandole. I manganelli vanno tenuti affamati per chi in piazza ci scende per qualcosa di più importante di una partita di calcio. I manganelli devono essere usati per aprire le teste degli studenti nelle piazze e nelle scuole, per violentare ragazze inermi, per massacrare in una prigione un ragazzo colpevole di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, per far conoscere l'Italian style a chi arriva sulle coste italiane dopo aver sofferto l'inimmaginabile prima nel Paese natio e poi per mare, facendo svanire nel sangue l'illusione che qui non avrebbero più sofferto. I manganelli vengono "cacciati in gola" a chi ha ancora la forza di urlare che così non funziona, che a forza di toglierci i diritti ci stanno togliendo ogni libertà, che le uniche differenze di cui si deve tener conto sono quelle di trattamento di fronte alla legge e non quelle espresse dal colore della pelle, dall'orientamento sessuale, dalla posizione occupata nella società. 

Posso comprendere i gusti dei manganelli, del resto io mi circondo di persone che preferiscono costruire anziché distruggere... ma chi crea è sempre un pericolo, soprattutto se crea qualcosa fuori dagli schemi. Ed ecco perché è proprio su di noi che il manganello apre le fauci. Anche perché, alla fin fine, i buoni, da sempre, siamo noi. 

Nonostante tutto ciò, come dissi nove anni fa alla nipote del compianto Vittorio Foa, dei corpi di Polizia, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza bisogna continuare a fidarsi, perché parto dal presupposto che non è l'esecutore materiale ma chi lo comanda e lo seleziona ad essere il problema, perché se ancora siamo in democrazia parte del merito è loro, perché se possiamo ancora camminare per strada pensando ai fatti nostri è anche grazie a loro. Il problema non sono le autorità in sé, il problema sono i magheggi nei palazzi del potere, sono le direttive che portano alla repressione a priori di una manifestazione regolare ed alle mancanze ingiustificabili ed ingiustificate in altre situazioni (a partire dalle manifestazioni di stampo neo-fascista, come se l'apologia di fascismo non fosse reato), sono le infiltrazioni nei cortei. E non mi sto inventando nulla, di prove ce ne sono a milioni, ma si fa finta di non sapere, di non vedere, di non pensare. E' meglio per tutti, ed almeno i telegiornali hanno qualcosa di cui parlare, e l'opinione pubblica qualcosa di cui indignarsi...

Possiamo comunque tutto sommato ritenerci fortunati... in altri posti del mondo, specialmente laddove si presume di essere i padri dei valori democratici, ai manganelli si sostituiscono i proiettili, che colpiscono anche solo per il fatto che la pelle che ricopre il corpo è di un colore diverso. Quarantuno colpi contro una pelle non propriamente americana. Una storia come tante, messa in musica dal Boss.



Stefano Tortelli