giovedì 23 aprile 2015

Dante Di Nanni, un eroe immigrato






Difficilmente dimenticherò i racconti di mia nonna riguardanti il periodo della seconda guerra mondiale, soprattutto dei due anni che seguirono l'armistizio dell'8 settembre del 1943, quando talvolta i conflitti tra fascisti ed anti-fascisti erano una scusa per sistemare questioni in sospeso tra vicini di casa e talvolta come l'amicizia, l'affetto e l'aver affrontato tante situazioni difficili insieme fino a quel fatidico giorno andavano oltre ogni differenza ideologica e politica. Mi raccontava di come, quando fu sfollata, partecipava alle staffette partigiane, di come mio nonno, che allora era camicia nera, aiutò il figlio dei vicini, partigiano, a nascondere i fucili (che si infilò nei pantaloni, rischiando lui stesso la vita) che il comando fascista voleva trovare per avere la prova inconfutabile che fosse un nemico del fascismo. Ma anche degli atti gratuiti di violenza compiuti da banditi che si spacciavano per partigiani, sia nei suoi confronti (da parte di un presunto partigiano che la mise al muro con mio zio, ancora in fasce, in braccio... questo partigiano venne poi ucciso dai suoi stessi compagni perché traditore) sia nei confronti di alcuni tedeschi che tutto erano tranne che i nazisti che si vedono in tv. E mia nonna, che nonostante avesse personalmente sofferto più a causa dei partigiani che a causa dei fascisti (benché lei stessa fosse un'ardente anti-fascista già da prima dell'Armistizio), mai si sognò di fare di tutta l'erba un fascio, di estendere il suo odio nei confronti di un singolo partigiano a tutti i partigiani, come mai appoggiò, solo perché moglie di un camerata che ingenuamente viveva nel mito del Duce, il fascismo senza sé e senza ma (ed anzi venne malmenata durante una parata perché si rifiutò di fare il saluto fascista). Stiamo parlando di una donna di altri tempi, di una persona che già di per sé era speciale ma che, probabilmente, faceva anche parte di una generazione capace di discernere il bene dal male al di là del buono e del cattivo di turno. Del resto lei, quando ebbe mio zio nel '44, aveva appena 19 anni, mio nonno 18, e fu proprio a quella generazione che venne dato il compito di "sporcarsi le mani" per ricostruire un'Italia devastata dalla guerra. 

Vivevano in centro all'epoca della guerra, e non molto distante da dove lei ha vissuto quel capitolo della sua storia si stava consumando l'ennesima perdita illustre di un grande eroe della resistenza torinese, suo coetaneo, che morì due giorni prima del diciannovesimo compleanno di mia nonna. Era il 18 maggio, i genitori di Dante Di Nanni erano arrivati a Torino per lavorare dalla Puglia, lui a Torino lavorò studiando la sera, finché durante la seconda guerra mondiale non venne arruolato. Il giorno dell'Armistizio, come tanti soldati che avevano fino a quel giorno combattuto per il Duce ed il Re, scappò dalla caserma e raggiunse i primi partigiani, cominciando ad organizzare la Resistenza, cercando di creare un piano per piegare la dominazione nazi-fascista nel Piemonte. Era scappato a Boves, località non molto lontana da Cuneo, ma presto sarebbe tornato a Torino per lasciare il suo nome alla storia e le sue gesta in nome della nostra libertà. Il 17 maggio del 1944, con i suoi compagni di brigata, attaccò una stazione radio che creava interferenze sulle frequenze di Radio Londra: dovevano eliminarle per permettere alle comunicazioni di riprendere, per far sì che il coordinamento dei partigiani potesse nuovamente sussistere. Distrussero la stazione, risparmiarono la milizia di presidio facendosi promettere che non avrebbero denunciato l'attacco, ma vennero traditi. Presto ebbero i nazi-fascisti alle costole, presto vennero tutti feriti, alcuni catturati. Rimasero in due: Pesce e Di Nanni, quest'ultimo gravemente ferito ed accompagnato dall'amico in una via di Borgo S. Paolo, via San Bernardino, perché potesse essere medicato. Mentre Pesce cercava aiuto per far sì che l'amico potesse raggiungere l'ospedale trovò la sua casa circondata dal nemico, e ben presto anche l'alloggio dove si trovava Di Nanni fu preso d'assedio dalle truppe nazi-fasciste. 

Non so cosa scattò in Di Nanni in quel momento, ma credo che il suo atto sia uno dei più eroici che si possano immaginare: perché lui, già morente, sarebbe ormai morto in ogni caso, e che fosse per le ferite precedenti o per le ferite alle quali si era esposto poco sarebbe cambiato; perché lui la libertà per la quale stava dando la vita non l'avrebbe mai minimamente assaporata; perché, nonostante ciò, si armò di fucile, dinamite e bombe a mano e resistette all'assedio per quattro lunghe ore, uccidendo diversi miliziani e sabotando grazie ai suoi ordigni alcuni veicoli tedeschi. E, quando ormai era allo stremo delle forze e non più in grado di combattere, piuttosto che lasciare che fosse il nemico a prendere la sua vita decise di buttarsi, cadere nel vuoto, lanciandosi dal balcone al grido di "Viva il partito comunista".

Si suicidò, e con tutte le armi che aveva a sua disposizione poteva scegliere anche altri modi per porre fine alla sua eroica agonia. Ma voglio pensare che si sia lanciato dal balcone per versare il suo nobile sangue sulle strade lastricate della città che aveva accolto la sua famiglia, alla quale aveva dato lavoro, e che Dante aveva istruito, e poi avvicinato all'ideologia socialista. 

In Borgo San Paolo, da decenni ormai, una delle vie più belle del quartiere è a lui dedicata e si trova a poche decine di metri dalla casa di Via San Bernardino nella quale è nata la sua eroica storia. La storia di un figlio di una terra allora lontana come poteva essere la Puglia durante il ventennio fascista, la storia di un ragazzo che a Torino ha conosciuto il lavoro, la cultura, le idee, un ragazzo che prima in fabbrica e poi, di nascosto, sotto le armi ha maturato la sua decisione di dare una svolta a questo Paese appena si fosse presentata l'occasione di farlo, senza posticipare, senza tirarsi indietro, senza mollare nemmeno un centimetro. E non ha mollato nemmeno quando sapeva che ormai era finita, ha sparato ogni singola cartuccia urlante libertà fino a che ha avuto sufficiente sangue nelle sue vene per poter premere il grilletto, non dando nemmeno la soddisfazione ai suoi aspiranti carnefici di poter dire che l'avevano ucciso loro. Un eroe di altri tempi, un uomo di altri tempi, dello stesso anno di mia nonna, con gli stessi sogni di mia nonna. Lui è stato uno dei molti che ha messo i semi per far diventare realtà i sogni, mia nonna è stata una delle molte che ha fatto in modo che a questi semi non mancasse nulla. 

A lui è stata dedicata anche una canzone meravigliosa degli Stormy Six, ripresa da diversi artisti ma che, nella sua versione originale, soprattutto se ascoltata nel contesto dell'album dal quale è estratta (Un biglietto del tram, che non fatico a definire uno dei più grandi album riguardanti non solo la Resistenza ma l'intero periodo '42-'45, da Stalingrado all'arrivo degli Americani passando per Dante Di Nanni, gli scioperi di Torino e le persecuzioni degli ebrei), rappresenta un tributo emozionante e meraviglioso ad uno dei più grandi eroi di Torino, della Resistenza e dell'Italia intera.



Stefano Tortelli



mercoledì 22 aprile 2015

La memoria distorta, la memoria annegata ed il qualunquismo dilagante






Da quando è aperto il blog raramente mi sono messo a discutere su Facebook di questioni politiche. Mi limitavo a leggere, ad osservare, ad individuare i vari luoghi comuni messi in campo sia da una parte sia dall'altra ed isolare i discorsi che, fossero di destra o di sinistra, avessero dei contenuti. Ultimamente, però, mi son trovato ad intervenire su diverse questioni, ad alimentare io stesso alcuni scambi di idee che talvolta son diventati scontri, fortunatamente sempre in modo abbastanza civile. Anzi, il più delle volte ad alzare per primo i toni del tenzone sono stato io, e forse perché troppe volte fino ad ora sono stato in silenzio.

Ho tirato su un polverone immane riguardo l'obelisco dedicato a Mussolini, provocando i detrattori della Boldrini che si nascondevano dietro lo slogan "La storia e la cultura non si toccano" per occultare tutt'altra intenzione. Sia chiaro, per chi non avesse assistito alla discussione, che non ho mai sostenuto che la Boldrini avesse ragione: ma, come ho detto, ho provocato, dicendo che anzi avevano ragione, che i monumenti vanno protetti perché raccontano la storia, ma la storia va anche raccontata giusta, e per cui suggerivo come soluzione il capovolgimento del monumento. Mettiamola sotto sopra, così oltre all'inizio ed allo svolgimento abbiamo anche il finale corretto! Inutile dire che si son scritte tante parole, troppe, molte delle quali inutili ma alcune assolutamente necessarie per capire l'andazzo generale che ha preso questo Paese ormai alla deriva.

Alla deriva come quei barconi che si vuole abbattere, quei barconi che affondano e portano con sé centinaia di anime che credevano di navigare in un sogno che non è diventato un incubo, ma la fine della loro realtà. Io mi chiedo con che coraggio, poi, chi appoggia Salvini e compagnia dia del buonista a chi invece si chiede il perché di tutto questo, a chi piange quelle vittime, a chi non ci sta nel dover assistere a tutto ciò. Se è buonista chi è mosso da spirito umanista, e loro si contrappongono a chi tacciano come buonista, per equazione matematica questi tutto sono tranne che umani. E' matematica, la stessa fredda matematica che usano per dire: bene, son 950 clandestini di merda in meno in Italia, speriamo che presto tanti altri facciano la stessa fine. 

Mi girano le palle, mi girano le palle in modo pazzesco nel dover leggere tutto questo, soprattutto quando anziché mossi da un'ideologia (per quanto malata possa essere un'ideologia che promuove questo tipo di pensieri) si rifugiano nel qualunquismo. Lo stesso qualunquismo che li ha fatti esultare per la fine delle dittature di Gheddafi, di Saddam Hussein, di Milosevic etc. Sembra che queste persone siano cadute dalle nuvole, inconsapevoli di come funziona il mondo, di come ad un'azione corrisponda sempre una reazione, e di come, quando si crea il caos, è naturale che le ripercussioni si sentano ovunque. E queste ripercussioni possono manifestarsi in aumenti del costo del petrolio (e tutti a dare dei ladri ai benzinai ed allo Stato per le accise), in aumento dei prezzi dei prodotti provenienti dall'estero causati dal rincaro dei trasporti (e tutti ad accodarsi nella gara a chi difende di più il Made in Italy), in esodi di massa da luoghi in cui ci si uccide anche solo per un bicchiere d'acqua o un pezzo di pane (e tutti, ovviamente, ad infangare queste persone disperate ed il governo). Ed allo stesso tempo rimpiangono epoche che mai hanno vissuto, epoche che forse i loro genitori o i loro nonni non hanno loro raccontato bene, perché se rimpiangono un Mussolini autarchico o un Hitler propenso alla pulizia etnica c'è davvero qualcosa che non funziona nell'insegnamento e nel tramandare di generazione in generazione la storia. Hanno ragione a dirmi che non devo chiamarli fascisti, perché effettivamente fascisti non sono. Sono tutt'al più malinformati, delusi dalla politica, convinti che avere degli ideali non porti effettivamente da nessuna parte. 

E la cosa, a dirla tutta, non mi stupisce: dopo 20 anni di politica di Berlusconi nella quale si puntava sull'apparenza e non sull'essenza, sulla demonizzazione di certi concetti (comunismo e solidarietà in primis), sulla parodia quotidiana dell'avversario politico di turno del leader del centro-destra promossa non dalle sue reti televisive, non dai comici ma da lui stesso, è ovvio che il risultato non poteva essere molto differente. Non che Berlusconi abbia inventato nulla, sia ben inteso: è stato sicuramente il miglior interprete di questa "arte", ma è la vecchia scuola della DC quella che ha posto le basi per quest'annientamento della capacità di discernere, della voglia di informarsi, della fedeltà alle proprie idee ed ai propri ideali. Quella DC che faceva passare per mangiabambini e ladri di terre i comunisti, che è poi la stessa DC che sapeva chi veramente voleva morto Moro; quella DC che faceva passare l'Unione Sovietica come il male assoluto mentre gli Stati Uniti come terra di libertà, che è poi la stessa DC che faceva affari con la Mafia (e li fa tutt'ora, anche se in vesti diverse), la P2 e dava il nulla osta agli USA di dar vita alle cellule del Gladio anche in Italia. E così via, di questioni da rispolverare ce ne sarebbero a centinaia, ma elencarle così è inutile, sebbene siano tutte verità, a differenza di quelle millantate dal centro-destra per settant'anni ed alle quali per settant'anni l'italiano medio ha creduto.

Settant'anni. Settant'anni son passati anche da quei giorni di aprile in cui in tutto il Nord Italia le grandi città si liberavano dalla dominazione nazi-fascista, da sole, contando sulla solidarietà e su un sano senso di appartenenza, ovvero gli ingredienti principali di un reale patriottismo. C'è chi, ancora adesso, vomita sulle donne e sugli uomini che hanno liberato l'Italia da una reale dominazione straniera, rinnegando loro stessi, nei fatti, di essere italiani, di essere intelligenti, di essere umani. 

Nei prossimi giorni dedicherò diversi post ad alcuni elementi che sopra ho appena sfiorato, ma dopo tanto discutere, litigare ed innervosirmi, anche parecchio, tanto da dover frenare più di una volta le dita agognanti di scrivere i peggiori insulti, avevo decisamente il bisogno di sfogarmi, di dare loro carta bianca. Perché d'accordo, usare la diplomazia con toni pacati, anche se a volte un po' tirati, è sempre la via migliore...ma a volte se mordersi la lingua, legarsi le mani e quindi farsi male ha l'unico scopo di non far male ad altri che, quotidianamente ed inconsciamente fanno male al resto del mondo, allora non solo è cosa buona ma è cosa dovuta, principalmente verso me stesso, smettere di essere masochista.

Che poi tutto questo possa non servire a nulla è quasi assodato, nel senso che di certo, da solo, il mondo non lo posso cambiare. Ma finché avrò la possibilità di provare anche solo a far ragionare, a mettere a conoscenza di certi fatti, a far cambiare idea ad una persona continuerò a dannarmi l'anima pur di portare avanti le mie idee, i miei pensieri e le mie convinzioni. 

E dato che questo è un post un po' avvelenato, non v'è canzone più adatta di questa a sintetizzare il mio stato d'animo. Incazzato, un po' stanco, ma ancora desideroso di andare avanti. 






domenica 19 aprile 2015

Acousteen: artista, fan, devoto al Boss fino al midollo... e grande amico





Nella tarda mattinata di venerdì 10 aprile, mentre mi stavo preparando per pranzare e poi andare a scuola ad insegnare, mi è arrivato un messaggio su Facebook che più o meno recava queste parole: "Ehilà, carissimo! Stavo pensando: ma se stasera provassimo a fare un duetto su Desolation Row/Via della povertà, così, alla buona? Tu canti De André, io Bob, tre strofe a testa, la si improvvisa, così, su due piedi." Un bel modo per cominciare la giornata, un bel modo per prepararmi ad una serata che mi incuriosiva parecchio. Ivan, un carissimo mio amico, l'autore di quel messaggio, avrebbe suonato da solo, con le sue chitarre e le sue armoniche, in piazza a Vigone, davanti ai suoi amici, ai suoi conoscenti, ai suoi familiari, le canzoni di uno dei suoi miti. Facendole, come si suol dire qui in Piemonte, "alla sua maniera", in acustico.

Il mito in questione risponde al nome di Bruce Springsteen, un artista che per molto tempo Ivan aveva sì apprezzato ma mai particolarmente approfondito: un po' come una persona che incroci tante volte in giro, o in birreria, con la quale capita anche di scambiare due parole ma senza andare oltre a discorsi che possono anche essere seri ma mai personali. Poi però è cambiato qualcosa: Ivan andò per la prima volta a sentire un concerto del Boss e ne rimase folgorato, rapito, colpito. Bruce l'aveva fatto innamorare, era finalmente entrato nel profondo, aveva scosso le sue emozioni, la sua mente, il suo cuore. Fu la sua via di Damasco, quel concerto, e da allora ha sempre più approfondito la conoscenza del rocker del New Jersey, andando a sentirlo più volte possibile live, studiandoselo a casa con in mano la chitarra e lo stereo a palla, parlandone per ore con le sue ragazze, i suoi amici, me. 

Una sera, mentre eravamo all'Orso, quello che è il rifugio di noi amanti di campagna della birra e della buona musica, non ricordo come cominciammo a parlare dell'interpretazione, delle cover, del provare a cantare un artista e "come un artista". Ricordo che entrambi sottolineavamo la difficoltà oggettiva nel riuscire a cantare come Dylan, come De André, come Guccini, come Springsteen: avevamo del resto lo stesso sogno, lui ed io, un sogno mosso dalla stessa passione, anche se rivolto a due artisti differenti. Lui avrebbe tanto voluto fare un one man show riproponendo Dylan, io avrei voluto dar vita ad una cover band acustica di De André e Guccini. Già però in lui aleggiava l'idea di cambiare meta e dirigersi verso Springsteen, ma per l'appunto mi sottolineava come fosse difficile, impossibile, riprenderlo, riproporlo tale e quale. Voce bastarda, quella di Springsteen, e del resto vale la stessa cosa anche per gli altri tre citati, vale la stessa cosa per un altro mito come Cohen, e perciò era quasi convinto che non avrebbe perseguito ancora per molto quel sogno. Ma dopo qualche birra ed un'ora di chiacchiere pensai al mio rapporto con De André e Guccini, pensai a come io abbia cominciato a cantarli bene quando ho preso coscienza del fatto che non avrei mai potuto ottenere il loro stesso risultato ma che, facendomi muovere dalle loro stesse motivazioni, sarei riuscito a renderli al meglio: non avrei più cantato i pezzi di De André e Guccini come De André e Guccini, avrei semplicemente cantato De André e Guccini. Mi ricordo che gli dissi: "Se vuoi cantare come Bruce parti già sconfitto, non perché non ne sei in grado ma perché, comunque vada, già solo perché avete due voci diverse, due accenti diversi, il risultato non potrà mai essere quello. Ma se lo canti, se vuoi cantare Bruce, se vuoi emozionare attraverso le sue canzoni, allora è sufficiente che tu percepisca le sue canzoni come se fossero tue. come se le avessi scritte tu, come se stessero raccontando la tua storia. Perché non c'è altro verso: io finché ad alcune canzoni non ho dato una situazione di riferimento, un volto, un'emozione che le rappresentasse non sono mai riuscito a cantarle davvero. Le imitavo, ma non cantavo" .

Dopo qualche settimana ci ritrovammo a condividere molte serate insieme, in giro a sentire concerti, a bere, a confidarci, a far notte fonda. E talvolta anche a suonare, a buttare giù qualche idea: perché così funziona tra amici, così capita tra amici che oltre essere amici condividono anche le stesse passioni, e le vivono nello stesso modo. E così, tra un concerto e l'altro, una birra e l'altra, un apprezzamento ad una ragazza e le risate per l'ennesima cazzata detta, è venuta a crearsi una fortissima amicizia: in nome sì della musica, ma soprattutto in nome dei bellissimi momenti passati insieme e della stima reciproca. 

Da quella serata di inizio ottobre son passati sei mesi, tante birre, miriadi di cazzate e centinaia di canzoni canticchiate, ascoltate e suonate insieme. Ed intanto, lui che oltre a saper cantare sa anche suonare divinamente, ha continuato il suo percorso riguardante il Boss. Un concerto a marzo a Torino, uno meno di dieci giorni fa a Vigone. Suona anche alcuni pezzi del suo primo amore, Bob Dylan, durante il suo show, quando per due ore smette di essere Ivan Audero e diventa Acousteen. Ed a Vigone, quel venerdì 10 aprile, alla sera, ci siamo ritrovati un'altra volta con lo sguardo rivolto verso la stessa direzione, che incontrava altri sguardi fissi su di noi, pronti a guardare due amici che, per qualche minuto, mettono in gioco le loro emozioni sullo stesso pezzo, in due lingue diverse, così come fecero al loro tempo Bob Dylan negli Stati Uniti e De André in Italia. Ma mai era successo che lo facessero insieme, sullo stesso palco. Noi un palco vero e proprio non ce l'avevamo, ma le passioni di Bob e Faber abbiamo provato a riproporle al meglio in un paesino della provincia torinese. 


Ed oltre alla felicità di aver finalmente cantato De André davanti ad altre persone, durante un concerto, per la prima volta, quel venerdì sera ero estremamente orgoglioso. Non di me, ma di questo mio amico che attraverso la sua immensa passione e devozione per l'arte di Springsteen ha saputo riproporlo meravigliosamente, emozionandosi ed emozionando. Senza scimmiottare, senza pretendere di essere come Springsteen. Semplicemente, omaggiandolo al massimo delle sue possibilità, mantenendo la propria identità, raccontando sì la storia delle canzoni ma anche quel che quelle canzoni rappresentano per lui: il pensiero per suo padre legato a My hometown, sua nonna che gli chiede di fare quel pezzo che le piace tanto, i cenni riguardanti donne del passato e gli amici di sempre. Insomma, si è raccontato per due ore attraverso le canzoni del Boss, che però, se noi non avessimo saputo che erano del Boss, avremmo tranquillamente potuto dire: "Wow, gran bei pezzi ha scritto Ivan, boia faus!!". 

Questo è Ivan Audero. Queste sono le sue passioni. Questo è il progetto Acousteen. Questo è il mio amico.

Ps: forse direttamente non ti ho ancora ringraziato per avermi permesso di esserci, e non solo venerdì ma da qualche anno a questa parte e, soprattutto, in questi ultimi mesi. Grazie, Ivan! Ed ora basta con i sentimentalismi, mettiamo su un pezzo che sennò ci scende la lacrimuccia e non si addice a due uomini rozzi come noi! E visto che l'ho citata, e visto che nella tua "hometown" ci siamo conosciuti, direi che questa canzone ci sta tutta.





Stefano Tortelli







venerdì 17 aprile 2015

Il risveglio





Aspettavo questo giorno da un po' di tempo, quasi fosse una sorta di compleanno o di capodanno. Volevo tornare qui, in queste pagine, nell'interfaccia di editing, per poter nuovamente lasciar ritmicamente danzare le dita sulla tastiera, le quali da diverse settimane agognavano di dar vita ad una nuova coreografia allegorica, atta ad inscenare la realtà, il passato, il presente, le emozioni, i sogni. O a disegnare i contorni di vecchi e nuovi volti, vecchi e nuovi sorrisi e tante nuove esperienze. Ho proibito loro queste attività per tanto, troppo tempo. Perché c'erano da sfogliare le pagine dei libri dell'università, ma anche da riavvolgere il nastro, premere play e sottolineare ciò che negli ultimi mesi non funzionava e che ho affrontato nel modo sbagliato, trovando mille espedienti per non riconoscere i miei errori, le mie debolezze, le mie mancanze. Ma ora che hanno riavvolto il nastro, sottolineato ciò che non andava, impugnato gli attrezzi del mestiere per riparare, ricucire e rammendare, e sfogliato le pagine da studiare in modo efficace, ecco che finalmente possono tornare a far ciò che più a loro piace. 

Ed è curioso come, a preannunciare questo loro ritorno sul palcoscenico, sia stato un inaspettato messaggio su Whatsapp: "Quando potrò leggere qualcosa di nuovo sul blog?" Oggi, amica mia. Perché oggi sento il bisogno di dire che, sebbene con qualche giorno di ritardo rispetto al calendario, è tornata la primavera anche qui, è tornato a splendere il sole, sono nuovamente sbocciati i sorrisi e le mie vene sono nuovamente fiumi in piena diretti verso al mio cuore e ricchi di sensazioni, emozioni ed esperienze da rimettere prontamente in circolo. E probabilmente era necessario, per mettere in atto tutto questo, collassare, addormentarmi dopo uno sfogo enorme, anche solo per qualche ora, disintegrando non tanto il resto del mondo quanto un me stesso che non mi soddisfaceva più perché troppo immobile, troppo fossilizzato, troppo monumentale. E come spiega la storia dell'universo, è necessaria un'esplosione, è necessario distruggere, per poter costruire qualcosa di nuovo. Anche con lo stesso "materiale", ma pensare di poter fare tutto ciò solo con qualche accorgimento, solo con soluzioni di compromesso, solo evitando di dire o fare cose ritenute sbagliate che però si sente la necessità di non tenere più dentro ed esprimere è pura fantascienza, è il classico filmetto di serie b, il classico romanzo da adolescenti. Perché a volte, è inutile girarci attorno, è necessaria un'autodistruzione per poter rinascere, per potersi risvegliare.

Ed il Risveglio non poteva avvenire in un momento migliore di questo, con la primavera ormai a pieno regime, con tanti concerti dietro l'angolo, con gli ultimi esami alle porte ed una laurea che ormai posso vedere ad occhio nudo, con tante nuove persone ad animare i miei giorni e le mie notti ed i vecchi amici di nuovo qui, i quali forse mai se n'erano andati ma che io non riuscivo a vedere. E poi ci sono gli ultimi sogni, nei quali stanno cambiando i protagonisti, nei quali tira una nuova aria, dai quali è bello risvegliarsi perché potrebbero essere realtà, potrebbero essere premonizioni, potrebbero essere anticipazioni. Non vedo l'ora di poter scoprire tutto ciò, dando un seguito al continuo divenire di queste ultime settimane che si era interrotto per un non precisato periodo di tempo, sperando di poter presto risentire mio uno dei versi di Guccini nei quali ho sempre voluto rispecchiarmi: "Io sono sempre lo stesso, sempre diverso". 

Del resto il Risveglio, come viene descritto in Siddharta da Hermann Hesse, è una sorta di rinascita, di resurrezione, ma anche di liberazione, di alleggerimento dato dal divincolarsi da ciò che per tanto, troppo tempo aveva turbato il giovane brahmino. Questa, tra l'altro, è la parte che più adoro di quel meraviglioso romanzo, che tante volte ho letto e che probabilmente riprenderò in mano, riassaporandone le parole, ritoccandone le parole e immaginando nuovamente quel volo in prima persona sopra i campi, lungo i fiumi, dato dal riuscire ad immedesimarsi totalmente in un airone tanto da essere quell'airone.

Comunque, e per concludere, il mio sbaglio è stato voler ingannare il tempo, prendermi gioco di lui, dimenticandomi che per ogni cosa c'è un tempo, e voler bruciare alcune tappe, saltarne altre, solo per trarre una soddisfazione momentanea che, di fatto, non può dare un reale piacere, è semplicemente il miglior modo per posticipare ulteriormente il vero sorriso, l'autentico respiro, la genuina emozione. E forse mi son sbagliato perché, a forza di non ascoltare questa canzone, me n'ero dimenticato. 




Ps: da domani si ricomincia a scrivere davvero, "ho ancora tante storie ancora da raccontare"... 


Stefano Tortelli



lunedì 30 marzo 2015

"La buona novella" di Fabrizio De André

La prima copertina di La buona novella (1970)



Ieri era la Domenica delle Palme, giorno in cui comincia la settimana santa, i sette giorni più importanti del Nuovo Testamento, quelli in cui Gesù è finalmente giunto a Gerusalemme, pronto a predicare nella capitale di Israele. A Gerusalemme però troverà la morte, ucciso dai Romani per volere dei Farisei, tradito dal suo amico Giuda e rinnegato da Pietro, colui che da più tempo lo seguiva e che di lui prenderà, per primo, il testimone. Potrà sembrare paradossale, ma è proprio in questi pochi giorni che emerge secondo me la natura umana, terrena e temporale della figura di Gesù. Non i miracoli, non la discendenza diretta da Dio, non le sue parole apparentemente trascendentali sono il cardine delle sue ultime ore, ma elementi comuni nella vita di ognuno di noi. Il tradimento da parte di un amico, l'apprensione di chi ci ama per il nostro futuro, la disperazione di una madre e di una compagna di fronte alla morte del figlio e del partner, il disprezzo e l'odio di chi teme un individuo così speciale, così carismatico, così "potente". E la morte in sé, propria di ogni essere vivente, elemento imprescindibile di ogni realtà che può esser definita tale. Ciò che vive deve morire, poiché se non muore presumibilmente non ha mai vissuto. E' biologia, è scienza. 

Gesù come uomo, come uno di noi, come persona che nasce, vive, muore e lascia un ricordo immortale, tanto da risorgere ogni giorno nella mente di miliardi di persone. Ed è su questo che gioca Fabrizio De André, è la natura umana del Cristo che risalta ne "La buona novella", l'album che l'ha sostanzialmente consacrato nel panorama del cantautorato italiano. Parla di Gesù questo disco, ma parla di Gesù attraverso le bocche di chi gli ha dato vita, di chi l'ha cresciuto, di chi l'ha visto morire, di chi, con un solo sguardo, condividendo con lui il momento più tragico della propria esistenza, l'ha capito ed apprezzato, ammirato, tanto da rimanere lui stesso impresso, per sempre, nella mente del Cristo. Di fatto, Gesù non viene mai nominato in tutto l'album ma è presente in ogni singola canzone. Gesù ce lo immaginiamo come naturale conseguenza al matrimonio combinato tra Maria, ancora bambina, e Giuseppe, lo vediamo tra le mani di Giuseppe piene attorno ai fianchi di Maria prima che lei racconti il suo sogno, prima che lei, di fatto, confessi il suo tradimento, è nella dolcezza di Ave Maria, dove viene cantata la meraviglia della gravidanza, del parto, del passare dall'essere femmina all'essere madre. Un inno alle donne e, per inciso, la più bella canzone che mai sia stata scritta per l'altra metà del cielo. E c'è poi nel presagio di morte che viene scandito dal ritmo marziale che accompagna il dialogo tra Maria ed il falegname che sta ultimando le croci sulle quali moriranno Gesù, Tito e Dimaco, nella frenesia e nella tensione delle ultime ore, che nonostante glorifichino ciò che di grande quell'uomo aveva fatto ed i semi che aveva seminato per l'avvenire mettono in luce la naturale paura della morte, il suo rifiuto, la voglia di vivere ancora. Cosa c'è di più umano e naturale di tutto ciò? C'è il dolore di tre madri che devono sopravvivere ai rispettivi figli, che vedono il loro amore ed i loro sforzi agonizzare in croce. E c'è il porsi quesiti fino all'ultimo secondo di vita di un uomo, che dieci volte si chiede il senso di regole divine che, di fatto, non vengono rispettate in primis da chi queste leggi vuol fare rispettare. 

Non è Dio e non è la religione che trionfa, ma l'uomo, la sua capacità di autodeterminazione, la sua emotività, il suo errare ed il suo desiderare, il suo non voler sottostare non tanto a leggi divine ma leggi naturali. Ed a spiegare il corpus di questo disco sono la prima e l'ultima traccia, simili nella melodia ma totalmente opposte nel contenuto, nel testo, nel titolo. Da "Laudate dominum" a "Laudate hominem" il passo è breve, dal voler vedere lontano e trascendentale una figura come Gesù al sentirla realmente come un nostro fratello è sufficiente prendere coscienza della realtà storica del Cristo, immortale non tanto perché semidivina ma perché sulla Terra ha lasciato un ricordo indelebile, indimenticabile. 

De André ha raccontato vita e morte di Gesù, ha fatto risaltare la sua grandezza attraverso l'amore ed il dolore della madre, la stima di Tito, il fermento che ne ha caratterizzato la fine. E probabilmente non sarebbe stato tanto diverso come disco se al posto di Gesù ci fosse stato un altro grande personaggio della storia dell'uomo, ma umanizzando Gesù ha eliminato ogni scusa ad ogni uomo di non dover provare ad essere migliore solo perché non divino. Del resto questi sono alcuni dei cardini dell'anarchia: l'autodeterminazione, la libertà che finisce dove inizia quella di un altro individuo, il divincolarsi da schemi malati e precostruiti, che siano questi di natura religiosa o temporale. 

"Storia di un impiegato" sarà sì estremamente diretto e senza fronzoli, ma "La buona novella" è ancor più ricco di significato, è ancor più politico, è soprattutto è più attuale. Più reale. 

E come ogni anno, sotto Pasqua, eccomi ad ascoltare "La buona novella". Un rito ateo, un ossimoro. Ma, come la religione, quando viene messa in gioco l'emotività, c'è poco da sindacare. Resta solo da premere play.




Stefano Tortelli

sabato 21 marzo 2015

Sfogo di primavera




In queste due settimane di blocco totale del traffico di parole tra il cervello e le mani più di una volta ho provato a forzare questa condizione di stand by, aprendo il blog, prendendo in mano una penna, cercando qualche cosa da scrivere, da descrivere, da imprimere nella carta o sullo schermo. Ma non c'è stato verso, e dopo aver tentato diverse volte, in diversi modi, un approccio con la scrittura, ho lasciato perdere, guardando semplicemente i giorni passare e lasciando muti inchiostro e tasti. Ce la si prende sempre con il buio, ma un foglio bianco sul quale non si sa mettere in fila più di tre parole fa molta più paura delle notti più scure, anche perché nell'oscurità spesso si accende la luce dei pensieri, mentre di fronte alla lucentezza dello schermo o di una pagina ancora vuota i ragionamenti, talvolta, si nascondono tra le pieghe della corteccia cerebrale. 

Oggi è il primo giorno di primavera, e l'ultima cosa che dovrei fare è pensare a com'era un anno fa, a cosa stavo facendo, a cosa stavo aspettando, a come mi stavo preparando per una nuova esperienza che stava per fiorire con il primo caldo dei primi giorni di aprile. Troppa è la distanza tra ora ed allora, e non tanto di tempo quanto di umore, di sensazioni, di sentimenti, di desideri, di sogni. Ma molta è la distanza anche rispetto ad un mese fa, ed è su questo che vorrei riflettere, è riguardo a ciò che vorrei scrivere, per spiegarmi cosa può essere successo e darmi un suggerimento per come uscire da questa attuale condizione. Dopo aver dato l'esame a metà febbraio mi ero già pianificato i prossimi sei mesi: dare gli ultimi esami, laurearmi, i concerti a cui andare, le esperienze da vivere, le persone da conoscere e da ritrovare. Era tutto troppo bello, ero troppo pieno di energia, era tutto troppo facile. E paradossalmente era una delle prime volte che mi pianificavo il futuro con così tanta determinazione, proprio perché stavo facendo tutto per conto mio, senza basarmi sui desideri altrui, che fossero della famiglia, degli amici o di una ragazza. Erano cose mie, sono cose mie, che finalmente avevo deciso di programmarmi senza più ulteriori strappi, ritardi, rimandi. Mi alternavo tra la vita di studente e di docente, di amico e figlio, di scrittore e cantante senza far fatica, senza problemi. 

Quando si scrive all'imperfetto ed in positivo prima o poi deve arrivare un ma, e logicamente eccolo che compare a negare, di fatto, tutto ciò che finora ho scritto. Il riacutizzarsi di un dolore che per circa un anno sembrava sopito ha innanzi tutto sabotato la mia condizione fisica, i miei cicli circadiani, permettendomi di dormire quando gli antidolorifici fanno effetto e non quando effettivamente vorrei dormire; il riemergere di diverse paure legate a questo dolore, mai veramente studiato a fondo dai dottori perché ritenuto non particolarmente debilitante, ma che di fatto può limitare enormemente i miei sogni, i miei desideri, il mio futuro; ed il dispiacere nel rendermi conto che il mio silenzio non turba più di tanto, se non per quanto concerne il proprio personale ritorno e non tanto alla luce di una mia effettiva assenza. Son giusto un paio le persone che si sono preoccupate, che mi hanno chiesto, ed il paradosso è che una la conosco da giusto un paio di mesi e l'altra, sebbene faccia parte della mia vita da diverso tempo, non mi conosce chissà quanto ma forse ha veramente il piacere di volermi conoscere fino in fondo. Allo stesso tempo è anche vero che io quando ho bisogno non cerco, tento di fare meno rumore possibile, dando vita a compartimenti stagni nei quali isolo i miei problemi quando ho a che fare con situazioni o persone che, con i miei problemi, non c'entrano assolutamente, ma di fatto, che fossero le ragazze passate o i miei amici, quando ho provato a chiedere aiuto ho quasi sempre trovato la persona in questione intenta a costruire un muro: di silenzio, di accuse, di non voglia di esserci. Salvo poi sentirmi dire che mai mi han visto piangere, mai mi han percepito disperato, mai si sarebbero immaginati un dolore così grande dietro le mie battute, le mie lotte, i miei sorrisi, i miei "va tutto bene". E probabilmente questo è dovuto anche al fatto che di persone disposte a fare le due fasi ce ne sono poche: farsi aiutare più aiutare è alquanto complicato per molti mentre è normale per pochi. Forse è un'altra sfaccettatura di quella "storia sbagliata" cantata da De André, ma come mi ha detto una mia cara amica "Tu finché non ti sfracelli al suolo ti preoccupi più degli altri che sono lontani un chilometro dal baratro piuttosto che fermarti un secondo a cercare la corda per aprire il paracadute". Già, e probabilmente l'errore mio sta proprio qui: pensare che gli altri pensino come penso io, credere che le persone possano comprendere i miei silenzi come io comprendo i loro, sperare che l'empatia che è propria del mio essere sia propria anche di chi mi circonda. Sbaglio, e sbagliando mi illudo, ed illudendomi rimango deluso, e nella delusione nascono la rabbia, il dolore, la tristezza. Circa un anno fa scrivevo alcune mie riflessioni riguardanti il "Ti voglio bene", e mai come ora mi rendo conto di quanto sia falsa questa formula. 

Spero veramente che questo dolore che sento a livello fisico non sia l'anticamera per il più grande dolore che posso immaginare a livello psicofisico per il mio futuro, spero davvero che quando il ventiquattro aprirò la busta degli esiti io possa sorridere e tirare un sospiro di sollievo. Anche perché, se così non fosse, se il danno fosse tra l'altro permanente e non passeggero, davvero non saprei dove potrei trovare un minimo di conforto. 

Anche perché al momento non lo trovo nella musica, non lo trovo nello scrivere, non lo trovo in tutto ciò che dipende esclusivamente da me... e le motivazioni a tutto questo, a tempo debito, se sarà necessario, verranno fuori. 




Stefano Tortelli

sabato 7 marzo 2015

La giornata per le donne e contro gli stereotipi ed i luoghi comuni





Domani sarà l'8 marzo, la "Festa della Donna", una ricorrenza che ha importanza storica e politica, un giorno nel quale si dovrebbero esaltare le conquiste fatte in campo lavorativo e sociale da parte delle donne e degli uomini che con loro e per loro hanno lottato. Dovrebbe dunque essere un giorno di estrema unione tra le due "parti", una data sul calendario nella quale manifestare insieme l'uguaglianza sociale che riguarda le femmine ed i maschi. Dovrebbe essere questo, ma in verità è tutt'altro. E forse, in parte, è anche dovuto ad una parola che è stata mantenuta al singolare anziché venir riportata al plurale: "Festa della Donna" anziché "Festa delle Donne". Potrebbe anche sembrare un dettaglio, ma sottovalutare il potere della parola è un errore estremamente pericoloso. 

Di fatto, la prima Festa della donna è da collocarsi a New York e si è tenuta il 28 febbraio 1909, in seguito alle forti lotte sindacali che animarono la città statunitense già dal novembre dell'anno precedente: uno sciopero voluto dal Partito socialista americano che coinvolse principalmente ventimila camiciaie e che fu una delle prime grandi mobilitazioni "di genere" avvenuta dopo il VII congresso della II internazionale socialista del 1907, che si prefisse come obiettivi principali l'estensione dei diritti civili, lavorativi e sociali alle donne. Donne in quanto lavoratrici come i loro colleghi uomini, non donne in quanto femmine, visto che si chiedeva alle donne lavoratrici di allearsi agli uomini della stessa classe per conseguire i propri obiettivi e non appoggiandosi alle borghesi che reclamano il diritto di voto non tanto perché femmine quanto perché ricche. L'8 marzo 1917 scesero in piazza, a San Pietroburgo, migliaia di donne che reclamavano la fine della prima guerra mondiale e che vengono ricordate, per la loro azione e per quelle che ne seguirono, come le eroine della Rivoluzione di febbraio. E' quindi molto più probabile che l'8 marzo sia stato scelto per queste ragioni e non per commemorare la morte di 123 donne durante un incendio in una fabbrica newyorkese (che non si è verificato un 8 marzo ma il 25 marzo del 1911). Solo che farla passare come la ricorrenza delll'accidentale morte di donne operaie, per di più immigrate, negli Stati Uniti anziché riportare la verità ed asserire che ricorda la Rivoluzione di febbraio che diede il via alla Rivoluzione bolscevica ed al successo del comunismo in Russia non fa comodo a nessuno.

E dopo aver demolito il luogo comune in ambito storico, credo sia giusto passare alla questione principale, a quella del primo capoverso, al Donna anziché Donne. Come in tutte le cose, parlare al singolare di una categoria, che sia di persone, di oggetti o di idee e pensieri, porta inevitabilmente ad una generalizzazione, ad una stereotipizzazione, al crollo delle individualità e dei vari casi che animano la categoria in nome del cliché che si vuole promuovere. Ed è così che la donna che va celebrata cambia a seconda della situazione storica: se prima si esaltava la donna lavoratrice, che combatteva fianco a fianco all'uomo per conquistare un bene comune, che poteva, partendo da una situazione di parità, ambire, utilizzando gli stessi canali di accesso, ad una posizione lavorativa, allo studio, al diritto di manifestarsi dove più desiderava e venendo valutata soltanto in base alle capacità che dimostrava di avere per un determinato impiego, ora si celebra la donna arrivista, prevaricante, che attraverso il suo essere femmina può scalare le posizioni comportandosi secondo i cliché che hanno gettato un'onta millenaria su tutte le donne del mondo. Le donne sono sempre state insultate, come nella religione così nella dimensione temporale, e sempre si sono trovate in una posizione di subordinazione nei confronti dell'uomo in quanto padre-marito-padrone, unico membro della famiglia ad avere diritti nella società ed unico detentore di diritti nell'ambito familiare. Servitore della patria ma re della famiglia. E le donne erano schiave, erano oggetti, erano troie, erano streghe, erano veicoli di malattie. Erano volgari, immorali. Erano il male. 

C'è una cosa che mi fa profondamente tristezza ma che tutto sommato non mi stupisce dato il nuovo Medio Evo nel quale ci troviamo. Domani sera parecchie donne, come se fossero in permesso premio dalla galera della vita quotidiana, andranno a festeggiare la Festa della Donna con un rancore enorme dentro, comportandosi come da copione, esaltando gli stereotipi che da sempre le perseguitano ma sapendo che, per un giorno all'anno, godono di totale immunità. Insulteranno gli uomini, li malediranno, li useranno come oggetti, attuando la classica eccezione che conferma la regola, dando adito agli uomini gli altri trecentosessantaquattro giorni di fare ciò che è loro solito fare perché consapevoli che senza il giogo che sempre mettono alla loro donna, questa si comporta nel peggiore dei modi. Ed io mi chiedo: ma che bisogno c'è? E' così difficile comportarsi come i MIGLIORI umani (siano uomini o donne) ogni giorno e deprecare i comportamenti delle peggiori donne, non difendendole a prescindere perché femmine ma denigrandole in quanto essere umani che agiscono in modo sbagliato? E' così complicato per una donna giusta trovare l'uomo giusto e non dover così subire imposizioni, costrizioni, non dovendo così delegare ad un'altra persona il proprio potere decisionale? Dove sta l'inghippo, qual è il reale problema? 

Il reale problema sta nella mancanza di valori bipartisan che attanaglia gli ultimi trent'anni, la continua ricerca di un nemico comune da distruggere, senza pensare alle persone con le quali ci si schiera e senza considerare che forse anziché distruggere bisognerebbe prima di tutto migliorare se stessi. E migliorare se stessi significa lasciar cadere gli stereotipi che per anni hanno rivestito la persona in questione, che sia la donna, l'operaio, il comunista, lo studente, significa autodeterminarsi secondo la propria coscienza e non perché facenti parte di una categoria. E significa saper distinguere i comportamenti positivi e negativi della fazione a noi avversa per comprendere cosa veramente combattere, e quindi chi veramente combattere, e cosa invece mutuare, e quindi chi invece considerare proprio alleato anche se diverso da noi. 

Le donne non sono tutte puttane e gli uomini non sono tutti stronzi. Ci sono tante donne migliori di tanti uomini e tanti uomini migliori di tante donne. E non in base alla loro appartenenza ad un genere anziché un altro, ma in base alle proprie facoltà intellettive, alle proprie conoscenze, alla propria sensibilità, alla propria consapevolezza di sé. 

Farne una questione di genere è l'ennesimo errore, è stato il fallimento del femminismo, è stato l'ennesimo sbaglio di un certo tipo di fare politica. "Siamo donne, oltre le gambe c'è di più". E' vero in tanti casi... ma è proprio durante la Festa delle donne che si dovrebbe esaltare ancora di più questo slogan. 

E per finire, io continuo a pensarla come i latini che coniarono, seppur non letteralmente, il detto "Dietro ad ogni grande uomo c'è una grande donna", e che sarebbe meraviglioso potesse diventare simmetrico. E se guardo la mia biografia, le mie radici, il mio vissuto, di grandi donne ce ne sono state e ce ne sono. A partire da mia madre e dalle mie nonne, donne estremamente forti, coraggiose, intelligenti, dedite al lavoro, alla famiglia, alle passioni; mia zia Daniela, che nonostante abbia avuto una vita difficile in infanzia ha saputo autodeterminarsi, affermarsi, trovare l'uomo giusto e creare una bellissima famiglia dalla quale è nata mia cugina Silvia, che come tanti giovani combatte ma che non si è mai arresa; ad alcune delle ragazze che ho frequentato e che mentre erano con me hanno perseguito i loro sogni, i loro obiettivi, e non importa che si siano poi arenate, ma mi hanno mostrato come in tutto e per tutto erano come me, che di differenze non ce n'erano; o come la mia amica Chiara, che ha saputo affrontare dei dolori enormi con grande forza, con estrema intensità, trovando sempre un motivo per sorridere, o come Corinne che da quando è nata ha un sogno e che finalmente sta per raggiungerlo dopo aver lottato e combattuto per poterlo realizzare. Grandi donne ci sono state e ci sono ad animare le mie giornate, e spero che troverò altre grandi donne lungo il mio cammino. 

Alcune c'erano già, altre si son fermate per un periodo, altre ancora ci sono da tanto. Altre ancora verranno, passeranno, si fermeranno, resteranno. Ed a tutte le Donne con la D maiuscola, e non solo quelle pensate con amore, "io dedico questa canzone".





Stefano Tortelli